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I - DALLA PREISTORIA AI PRIMI SEGNI DI VITA

Lo avete notato certamente: noi Pecciolesi, durante le nóstre passeggiatine di svago, ci ritroviamo spesso sulla terrazza della chiesa dove ci piace indugiare un po’ sul paesaggio, veramente stupendo, che si apre e si stende davanti a noi, ampio, digradante come infinito. Seguendo il corso sinuoso dell’Era, che appare da dietro i poggi di Ripabianca e che, dopo aver lambito le falde della collina di Peccioli, si perde oltre il promontorio dell’antico e suggestivo bosco dei frati, nella verde e ricca pianura, giù, verso Pontedera, il nostro sguardo vaga distrattamente sui paesi e sulle borgate che sorgono sulle cime delle colline di fronte: Pieve a Pitti, Terricciola, Soiana, Morrona,Selvatelle, Santo Pietro, Capannoli; e poi sui vigneti e sui campi, accuratamente coltivati, al di qua e al di là del fiume, punteggiati da innumerevoli case di contadini; e sulle fabbriche, grandi e piccole, che sono sorte numerose e disordinate ai piedi del paese e lungo la strada de «La Rosa». E tutto è un fervore di lavoro con i rumori veloci e convulsi delle fabbriche che si confondono con quelli lenti e caratteristici degli abitatori della campagna…

Ma, dite, quanti di noi si sono mai soffermati a chiedersi, a immaginare, come si presentava questa terra quando non c’era nulla di tutto quello che vediamo oggi?

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Nell’età preistorica, all’alba della civiltà, un territorio spopolato e vergine, ricoperto di foreste sulle colline e di acquitrini nelle valli, si sarebbe presentato ai nostri occhi. L’Era terminava, forse, il suo corso dietro i poggi di Ripabianca o qui sotto,davanti a noi, dove ora sono il ponte e la centrale di sollevamento dell’acquedotto e sfociava disordinatamente in un’ampia zona paludosa che si allargava fino oltre il promontorio del bosco dei frati e quello della fattoria del «Poggio». Da qui iniziava il grande lago di Peccioli, quel grande lago che gli studiosi hanno definito come «l’antico lago di Peccioli, di età preistorica», che si allargava e ricopriva ininterrottamente tuttal’attuale e fertilissima pianura fino a Ponsacco. Il promontorio della fattoria del «Poggio» era la punta di terra più avanzata,a nord del lago poiché questo ricopriva anche la pianura e lavalle del fiume Roglio probabilmente fino quasi sotto Ghizzano.

Immaginate il colpo d’occhio se avessimo potuto arrampicarci, superando le pareti quasi a picco, sulla punta più alta di questo colle, lassù, dove molto più tardi, sarebbe stata costruita la rocca: un paesaggio di rara bellezza, vergine, in un silenzio immobile, rotto solo qua e là dalle voci della vita animale.

Poi, con l’andare dei secoli, questo. grande lago andò prosciugandosi con la terra che, lentamente, a monte, erodevano e portavano i fiumi e i torrenti della zona. L’interramento dellaregione, ridotta pian piano ad acquitrino stagnante con piante lacustri, deve essere avvenuto durante i secoli dell’Impero Romano. L’ultima zona paludosa che ha resistito a questo processo, deve essere stata, forse, quel triangolo di terra, a est di Capannoli, fra l’Era e il Roglio, che confluiscono poco più oltre, presso Ponsacco. Qui, infatti, è esistita la Pieve detta di San Giusto al Padule, proprio dove oggi c’è un podere chiamato «La Pievaccia».

Ma a chi apparteneva questa zona che, in seguito, per molti secoli, doveva essere aspramente contesa fra Pisani, Volterrani,Lucchesi e Fiorentini? L’Arno costituiva pressappoco il confine naturale tra i territori degli antichi popoli Liguri ed Etruschi: i primi dediti alla pastorizia, i secondi alla navigazione e al commercio. Il primitivo, povero, villaggio di pescatori che dette origine alla città di Pisa e che probabilmente fu fondato dai Liguri nel delta del fiume, sulla riva destra, finì per trovarsi alla mercé dell’intraprendente popolo Etrusco (VI-V secolo a. C.). Il territorio della collina di Peccioli era quindi sotto il potere dello stato Etrusco di Volterra che estendeva il suo dominio fino a Pisa, la quale era diventata una fortezza lagunare ai suoi estremi confini. Quando sotto i colpi degli eserciti di Roma la confederazione degli stati Etruschi cominciò a sfasciarsi (III secolo a. C.), la zona Pecciolese, che faceva parte dello stato di Volterra, passò sotto l’occupazione di Roma stessa,mentre a Pisa fu lasciata, pur sempre sotto l’egemonia di Roma, una certa autonomia di governo con un piccolo territorio che comprendeva i monti Pisani e Livornesi, fino alle colline di Lari e di Fauglia. E fu da questa autonomia che prese l’avvio,con alterne vicende, il movimento di indipendenza dei Pisani i quali, grazie agli aiuti prestati a Roma con le loro navi, in varie occasioni, riuscirono piano piano ad ottenere una vera e propria indipendenza politica e a costituire la Repubblica.

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I primi segni di vita sulla collina di Peccioli, dei quali abbiamo notizia certa, si hanno molto più tardi, alcuni secoli dopo,quando, con la caduta dell’Impero Romano, l’Italia era ghiottapreda delle invasioni barbariche.

Visigoti, Vandali, Unni, Goti e Longobardi, con le loro scorrerie succedutesi a ondate nel corso di cinque secoli, costellate di saccheggi e di eccidi, avevano ridotto la nostra penisola in uno stato fisico e morale spaventoso spezzando via quella grande civiltà, quella perfetta struttura politica e amministrativa che Roma aveva dato al suo Impero. Le città che una volta brillavano per i commerci, le industrie, le scuole, si erano spente,ridotte molto spesso a villaggi chiusi in se stessi, in preda a carestie e pestilenze. Comunicazioni chiuse, mercati scomparsi,e perciò contadini che producevano solo quanto bastava per vivere, bande di predatori che scorrazzavano e seminavano il terrore, pirati saraceni che sbarcavano lungo le coste e che con rapide incursioni razziavano perfino nel profondo entroterra.

I re Longobardi che avevano fatto di Pavia la capitale del loro regno, esercitavano il potere per mezzo di duchi, i quali dalle principali città ove si erano stanziati avevano fatto, a loro volta, altrettanti piccoli regni che dominavano con assolutismo e tirannia.

Le comunità religiose, i vescovi, i preti e le loro proprietà,erano stati tuttavia sempre rispettati perché gli invasori temevano la Chiesa, nella quale forse vedevano confusamente l’erede dell’antica Roma, e in realtà era l’unica autentica forza politica sopravvissuta allo sfacelo dell’Impero. Le povere, indifese popolazioni istintivamente si stringevano attorno a queste istituzioni trovando conforto e aiuto. Nelle città e nel contado, perciò le uniche autorità erano il vescovo e il prete i quali facevano, per così dire, un po’ di tutto. Oltre che curatori di anime, facevano anche il notaio, il giudice, l’esattore e, talvolta, anche il medico.

Questa, in rapida sintesi, era l’Italia di allora e che San Verano trovò, verso la fine del VI secolo, quando nel suo viaggio verso Roma, passò sulle colline di Peccioli.

Sul trono longobardo di Pavia sedeva la bella e bionda bavarese Teodolinda che, rimasta vedova di re Autari nel 590,ne aveva sposato l’anno dopo il cognato Agilulfo.