LA FILODRAMMATICA¶
La Filodrammatica da noi (ma non è solo da noi) è come quel focherello che cova sotto la cenere, silenzioso, dimenticato da tutti, come spento, che ogni tanto, improvvisamente, si risveglia con due o tre belle fiammate, alte e luminose, che destano un interesse eccezionale, per poi riassopirsi sveltamente sotto la coltre di cenere, per molto tempo, spesso per anni…
Il motivo di questi lunghi silenzi non è difficile trovarlo. I filodrammatici, in genere, sono giovani amici che- scoprono im provvisamente la passione per il teatro. Mettono su una recita o due e aiutati magari dall’esperienza di qualche «anziano», col proposito immancabile di continuare. Poi, invariabilmente, le amicizie si raffreddano, la giovane primadonna si fidanza o si sposa, l’attor giovane deve studiare o se ne va a lavorare altrove… e così tutto finisce. Oggi con altri spettacoli come il cinema e la televisione, e con altri mezzi come l’automobile, è ancora più difficile che quel focherello si risvegli. Che sia davvero spento? Ci rifiutiamo di crederlo.
La passione per il teatro a Peccioli, secondo quanto ci dice qualche anziano, affonda le sue radici nel tempo. Si ricordano memorabili recite eseguite cinquanta o sessanta anni fa, tragedie storiche che avvincevano la platea come l’assassinio del «Giulio Cesare», o drammoni come la «Pia». Mancando il teatro le recite venivano fatte in qualche locale adattato alla meglio, privo naturalmente dei più elementari requisiti di sicurezza, come ad esempio quello dove ha sede la società filarmonica.
Il teatro Passerotti venne costruito nel 1929 e nel 1930 ecco il primo veramente grande spettacolo: «La piccola olandese»,un’operetta del maestro Pietri, alla quale, fra i primi attori e comparse partecipò un gran numero di persone e che richies e la profusione. di notevoli mezzi. Lo spettacolo preparato accuratamente anche nei particolari più minuti, con costumi e scen e ricchissimi riscosse un grande successo. Fu un doppio successo, si può dire, perché lo spettacolo non era fatto solo di prosa, ma anche di canto e di danze.
Le «romanze» e i motivetti della «Piccola olandese» continuano tuttora ad essere fischiettati dai Pecciolesi. Lanciotto Guiggi, «sparviero» e Climenes Sevieri, «piccola olandese», il popolare e brillante «Fiore» Pagni, «Tulipan», Fosca Baldasserini e Renato Giuntini «Dick», furono di una bravura impareggiabile, ricchi di grazia nel canto e nelle danze. In parti minori si distinsero Pisseri Marianelli, Sandro Ferretti, Bibi e Coriolano Casati.
C’erano poi gruppi di «contadinelle», di «pifferi», di «diavoletti», di «gigli», di «campanule» che entusiasmarono la platea con le loro danze e i loro canti.
L’orchestra, tutta composta di elementi locali, era diretta dal maestro Giovanni Pecenco che si era fatto in quattro per organizzarla: al piano sedeva Plinio Lari.
Dopo la «Piccola olandese» di teatro a Peccioli non si parlò più per molti anni. Con tutto quello che occorse alla preparazione e alla esecuzione, i Pecciolesi, con quello spettacolo,fecero forse una «scorpacciata». E la «digestione» fu lunga. Poi, qualche anno più tardi, nel 1936 o 1937 ritornarono i filodrammatici con qualche dramma, fra cui «Le inutili» della scrittrice italo-inglese Annie Vivanti, un drammone (o fumettone) a tinte cariche ed effetti sicuri. Poi il «focherello» Si riassopì. Cominciò la guerra e nel 1941, ancora in pieno conflitto,i filodrammatici tornarono alla ribalta con una brillante, quanto difficile commedia, che riscosse tuttavia grande successo. Si trattava del «Castigamatti» di Vitali, a cui presero parte Lida Rossi, Messinella Marianelli, Vito Merlini, Renato Giuntini ed altri in parti minori come gli inseparabili (a quell’epoca) Bano e Burrino che per un certo periodo alternarono il calcio al teatro.
Dopo la guerra la filodrammatica sembrò mettere radici profonde. (Il cinema non aveva ancora ripreso in modo regolar e e la televisione aveva ancora da venire).
Si allargò con altri elementi fra cui Lida Passerotti, Alpinice Citi, Ada Gambaccini, Ottorino Marianelli, che dopo le esperienze giovanili, si rivelò attore drammatico di rara efficacia,che strappava applausi a scena aperta. Nel volgere di un tempo
relativamente breve, rappresentò diversi lavori fra cui «Il medico e la pazza» e «Addio Giovinezza», la gentile e amara commedia di Camasio e Oxilia, dove Vito Merlini dette vita ad un «Leone» che è raro ammirare. anche fra professionisti. Pure il Giuntini e la Rossi furono del resto un «Mario» e una »Dorina» bravissimi.
«La Nemica di Niccodemi» fu forse la commedia, fra quelle rappresentate in quel periodo, nella quale non si badò al risparmio: scene splendenti di luci, di velluti e di damaschi, interpreti in marsina, pizzi e crinolina, forse un po’ in contrasto con l’austerità dell’epoca dell’azione. Commedia con tutti gli ingredienti per il facile successo; fu accolta con particolare calore dal pubblico, che affollava sempre il teatro alle prime e alle varie repli che. Oltre al solito bravo Giuntini, il figlio maltrattato, vi parteciparono Fernanda Pescatori che fu una «nemica» assai efficace, Giovanni Gentili, ottimo figlio prediletto e Leoncino Ribechini decano dei filodrammatici, nella doppia parte del «notaio» e del «cardinale» e proprio quest’ultima sembrava fatta apposta per lui. Passò qualche anno e nel 1950, la filodrammatica, ancora una volta rinnovata ,del tutto o quasi, si ripresentò con la notissima «Acqua Cheta» di Novelli dove Vito Merlini nella parte dí Ulisse rivelò appieno le sue naturali doti di attore, maturate anche durante la sua lunga partecipazione alla «Brigata dei dottori «Ulisse» e «Stinchi», questo interpretato magistralmente da Nino Bixio Fiorentini, si abbandonarono talvolta in battute da «Commedia dell’arte», riscuotendo applausi a scena aperta.
Ma anche gli altri interpreti non furono da meno. Alda Passerotti fu una splendida «Sora Rosa» mentre Flora Lupi e Vera Allegri si rivelarono due «sorelle» bravissime. Altrettanto furono Ubaldo Arzilli, un «Cecco» spontaneo e Sauro Marianelli un «Pirulino» veramente azzeccato. In parti minori con la consueta maestria, Leoncio Ribechini, Alfredo Marchetti il giornalista e poi il Marianelli, il Orecchi, le amiche consolatrici della «Sora Rosa»…
Dal 1950, di filodrammatica non si parlò più, tanto che si cominciò a sospettare che sotto quella spessa coltre di cener e non ci fosse, ormai, più traccia di fuoco.
Ecco, però, che a distanza di ben ventuno anni, ai primi del 1971, un gruppo di giovani del tutto nuovi alle scene si cimentano in un difficile atto di Pirandello: «Il mestiere del medico». Esordiscono nel teatrino delle suore, come esperimento. Ma da quel momento, nonostante il discreto successo, non abbiamo più notizie di loro.
Speriamo che presto ci facciano una sorpresa.