XV - I GUELFI A PECCIOLI¶
Nel 1282 Peccioli si ribellò nuovamente a Pisa. Non fu però un atto scaturito dal desiderio di autonomia politica come quello di cui era stato protagonista nel secolo precedente Giovanni Borgherucci, bensì un episodio da collocarsi nel vasto quadro dell e lotte fra Guelfi e Ghibellini.
Accadde, dunque, che i Guelfi di Peccioli insorsero contro la parte Ghibellina che aderiva a Pisa e cacciarono fuori dal castello, in esilio, i suoi rappresentanti.
Peccioli, essendo il più importante, aveva, per così dire, la guida di tutti i castelli della Valdera per cui andò a finire chei Pisani perdettero il dominio in tutta la valle che ritornò quindi sotto il vescovo di Volterra.
Da questo fatto si potrebbe dedurre che i Pecciolesi parteggiassero per i Guelfi. Anche se non è possibile affermarlo con sicurezza, è certo ad ogni modo che la dominazione ghibellina fu sempre molto difficile. Può darsi anche che a determinare l’orientamento politico dei Pecciolesi non fosse stato estraneo il tentativo del Borgherucci, ovvero la mano pesante con la quale Pisa volle punire quel tentativo e che il tempo trascorso non aveva cancellato dalla loro memoria. Né è da escludere che i Guelfi di Peccioli fossero particolarmente intraprendenti e che il popolo Pecciolese si lasciasse guidare un po’ troppo passivamente. Il povero popolo, lo sappiamo tutti, all e prese col problema di mangiare, salvo rare occasioni, è sempr e stato pecora, specie in quei tempi, trascinato dai vari maneggioni della politica.
Ad ogni modo i Pisani, appena un anno più tardi del «fattaccio», riuscirono nuovamente a riavere in mano la val d’Era e allo scopo di evitare nuove sollevazioni, la organizzarono dividendola in due «capitanati» di cui uno con sede a Peccioli.
Ma il 6 agosto 1284 i Pisani subirono la famosa batosta della Meloria che fu il principio della decadenza della gloriosa Repubblica. L’anno prima, a conclusione di decennali contese,ora fredde ora calde, Pisa e Genova erano tornate in guerra per il possesso della Corsica e della Sardegna.
In quell’agosto del 1284, dunque, le navi pisane,’settantadue galee, approfittando dell’assenza della squadra genovese, saccheggiarono Rapallo e Portofino. Al ritorno, appostata nei pressi dell’isola della Meloria, trovarono la squadra di Genova. Il comandante pisano, ingannato dalla scarsa consistenza dell’avversario che aveva occultato metà delle sue navi fra gli scogli dell’arcipelago, attaccò nella’ convinzione di sbarazzarsene in brev e tempo. Invece ne buscò: nella furibonda battaglia perse ventitré galee e alcune migliaia di uomini.
Ma, per quanto grave, la sconfitta non sarebbe stata irreparabile se proprio in quel momento sulla povera Pisa non si fossero avventate anche Lucca e Firenze, Volterra e S. Miniato e perfino Siena, insofferenti alla supremazia che Pisa aveva in tutta la Toscana, le quali avevano bisogno per il loro commercio di uno sbocco al mare. Pisa, infatti, pretendeva, come lo pretendeva da qualunque altra città dell’entroterra, il pagamento dei dazi e delle gabelle: sfruttava giustamente le’attrezzature’ del suo porto.
Tutti addussero a motivo,della guerra l’ideologia: volevano cioè in quanto Guelfi abbattere la Ghibellina Pisa, ma la realtà era ben diversa. Oppure diciamo che, almeno in questo caso,l’interesse prevaleva sull’ideologia.
Lucca aveva attaccato la Repubblica in val di Serchio. Firenze, dopo aver ordinato a tutti i suoi cittadini che abitavano a Pisa di abbandonare la città, e dopo aver attaccato lungo la valle dell’Arno, penetrò anche in val d’Era, dalla strada di Volterra, nel mese di Novembre di quello stesso anno 1284, con un esercito di seicento cavalieri che riuscì facilmente ad impossessarsi di quasi tutti i castelli, sguarniti com’erano, fra i quali Peccioli. Il Vescovo di Volterra, Ranieri degli Ubertini,,approfittò della situazione e, con apposito atto stipulato il 22 dicembre dello stesso anno, pose i suoi ventidue castelli in vald’Era, fra i quali Peccioli, sotto la protezione fiorentina, nella speranza di essere reintegrato nei suoi antichi privilegi. Per questa protezione dovette rinunciare alla metà dei dazi sulle saline volterrane e sulle miniere di rame che erano nella sua giurisdizione.
Pisa, dopo un primo, comprensibile sbandamento, si difendeva strenuamente. In questo frangente, per cercare di tamponare le falle, che nonostante il suo eroismo si aprivano. da ogni parte, cercò di svuotare di ogni significato la guerra ideologica eleggendo Capitano Generale, con ampi poteri per dieci anni, il conte Ugolino Della Gherardesca il quale, pur discendendo da famiglia ghibellina, era praticamente un Guelfo. Con la sua politica, che doveva costargli poi molto cara, riuscì a dare un po’ di respiro a Pisa. Concluse, infatti, una inattesa pace separata con Firenze nel 1285 che provocò le ire di Genova e di Lucca ma più ancora del vescovo di Volterra che con i Fiorentini aveva stipulato quelle convenzioni «firmate con solenni sagramenti» (e munite di bolli e sigilli!). Pisa ritornò così a disporre della vald’Era che ristrutturò nel 1286 in sei «capitanati» uno dei quali a Peccioli dove avrebbe dovuto risiedere un notaio. Tuttavia questa ristrutturazione non poté essere attuata che solo in parte e non certo a Peccioli, dove i Guelfi erano riusciti a mantenere il potere.
È a questo punto che si inserisce il doloroso episodio del conte Ugolino che, vittima di un colpo di stato, nel 1288, a ringraziamento della sua opera, venne accusato di tradimento e di sperpero del pubblico denaro e infine rinchiuso nella famosa torre dove morì di fame con tutta la sua famiglia (si sussurrava che avesse passato ai Fiorentini molto denaro, in oro sonante, nella sua speranza di rimanere signore assoluto di Pisa).
I Pisani, dunque, non riuscirono a riconquistare Peccioli. I Guelfi Pecciolesi, anzi, disturbavano con frequenza i Ghibellini di vald’Era che avevano la loro base nel castello di Morrona, comandati da Rinieri Gherardeschi dei conti di Donoratico. In quello stesso 1288 vi fu un aspro scontro presso la chiesa di San Martino di Monsollazzo, anticamente detta di Monteculaccio.
I Ghibellini di Morrona, che erano stati rinforzati con nuov e truppe inviate dal conte Guido di Montefeltro, noto condottiero, al quale nel frattempo, era stata affidata la Signoria della città di Pisa, batterono i Guelfi di Peccioli, che pure si comportarono eroicamente al comando di un certo Ranieri Mainetti. Ma il castello non cadde. E non cadde neanche l’anno seguente, nel 1289, quando fu lo stesso valoroso condottiero a tentare l’impresa, dopo aver occupato rapidamente Lari, Soiana, Santo Pietro Belvedere, Montefoscoli e lo stesso Montecchio, vicino a Peccioli. Intanto il vescovo di Volterra riusciva. ancora una volta a far valere gli atti bollati e firmati: nel 1291 Firenze riprese le ostilità contro la Repubblica di Pisa.
Nel 1292 il castello di Peccioli era ancora tenuto per conto dei Fiorentini da Ugolino Visconti, giudice di Gallura e capo dei Guelfi fuorusciti da Pisa.
Fu soltanto con la pace di Fucecchio che Pisa poté riavere Peccioli. Ma lo ebbe a carissimo prezzo. Il 12 luglio 1293 le città della Lega Guelfa: Firenze, Lucca, Volterra, Siena, Pistoia e San Miniato, imposero dure condizioni che Pisa dovette accettare: rinuncia alla guida militare del conte di Montefeltro; ritorno in Pisa dei Guelfi fuorusciti; restituzione a Fiorentini e Lucchesi di privilegi e franchige sulle merci in transito, distruzione di tutte le fortificazioni costruite dal Montefeltro, ecc.
Fu tale la «bramosia» dei Pisani di riavere Peccioli, dice uno storico fiorentino, che essi acconsentirono’ di buon grado alla condizione imposta in quel trattato di abbattere le mura e riempire i fossi del castello di Pontedera.