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XI - GIOVANNI BORGHERUCCI

Durante la prima metà del XII secolo, Galgano dei Pannocchieschi, potente vescovo di Volterra, ebbe la malaugurata idea (malaugurata per lui) di cedere all’influenza pisana molte terre del contado di Val d’Era, fra le quali quella di Peccioli. Questa cessione provocò nei Volterrani un tale risentimento verso il presule che ben presto culminò nel suo assassinio sulla porta del Duomo di Volterra.

La dominazione che Volterra in quel periodo aveva esercitato in Val d’Era deve essere stata un po’ blanda e, anzi, esercitata e intesa, forse, solo attraverso l’influenza derivante dall e investiture ecclesiastiche. Questo modo di dominare non dispiaceva affatto ai nostri antichi genitori i quali, pur riconoscendosi dipendenti da Volterra per le cose dell’anima, si erano costituiti in comunità autonoma eleggendo a loro capo Giovanni Borgherucci. L’esempio di Peccioli fu seguito da molti castelli e borghi della Val d’Era, per alcuni dei quali occorse probabilmente l’aiuto diretto dei Pecciolesi che conseguirono così una certa influenza.

I Pisani, che in quegli anni erano occupati nelle lotte con Genova per il possesso della Sardegna, dopo alcuni inutili inviti a Giovanni Borgherucci, ritenuto il fautore della «ribellione», a rientrare sotto la potestà di Pisa, mandarono un grosso esercito in Val d’Era che in breve tempo occupò e distrusse Peccioli e tutti gli altri borghi autonomi. Era il mese di giugno dell’anno 1163.

Se a Peccioli, ancora oggi, una importante via del paese è intitolata a Giovanni Borgherucci, è fuori da ogni dubbio che questo personaggio ha avuto un significato tutto particolare per le generazioni di Pecciolesi che si sono susseguite da allora. Esse non hanno mai visto in lui quel ribelle feroce che faceva scorrerie ad arcioni in Val d’Era come un comune predone, tale fu dipinto da alcuni, ma un uomo che non sopportava i soprusi, che amava il suo paese e la sua gente, che non sopportava di essere «venduto» come un oggetto. I Pecciolesi si identificavano in lui per quello spirito di indipendenza che hanno sempre covato nell’animo e sempre manifestato più o meno apertamente.

Di fatto Giovanni Borgherucci non fu il tipico feudatario che ebbe il castello di Peccioli per «investitura» ufficiale. Egli era un semplice figlio del borgo, che abitava in una zona fra le peggiori e che perciò veniva detta «del borgheruccio» o «de i borgherucci», da cui derivò il suo nome: «Giovanni dei Borgherucci». Uomo dalla forte personalità, di mente aperta, dotato forse di facile «parlantina», fu eletto dal popolo a suo capo, come affermano gli stessi storici Pisani. Non fu quindi soltanto lui che si ribellò ma l’intera popolazione, stanca dei capricci di questo o di quel padrone, che lo sostenne nelle sue azioni fino in fondo, fino a quando dovette arrendersi, non senza avere eroicamente combattuto, al preponderante esercito pisano composto di centinaia di cavalieri e migliaia di fanti e balestrieri.

Giovanni Borgherucci venne perciò considerato giustamente simbolo della libertà e il precursore a Peccioli e in Val d’Era di quelle autonomie comunali che proprio dalle Repubbliche Marinare, e quindi dalla stessa Pisa, si stavano irradiando in quell’epoca nel Paese. E bene hanno fatto gli amministratori Pecciolesi, in tutti questi secoli, a mantenere a suo nome quella via la quale, tra l’altro (e ciò è molto significativo) era un tempo la più importante del paese perché, dipartendosi dalla antica porta Pisana arrivava al sagrato della Pieve, cioè al cuore del borgo.

L’azione del Borgherucci verso i castelli vicini va esaminata sotto una luce diversa da quella con cui è stata vista da quegli storici; sotto la luce, vogliamo dire, delle autonomie comunali che si stava irradiando da Pisa. Pava, Forcoli, Fabbrica, Terricciola, Ghizzano, Morrona, non vennero, secondo noi, occupati per pura sete di potenza da Giovanni Borgherucci, ma furono aiutati generosamente da lui a «liberarsi» perché forse erano cominciati, anche là, i primi fermenti di autonomia.

Della battaglia con la quale l’esercito di Pisa riconquistò Peccioli, gli storici di quella città ci hanno dato versioni differenti. Il castello venne assediato e si arrese dopo una settinama. Dice il Tronci: «Peccioli era il castello principale di Val d’Era e quello che aveva più molestati i circonvicini: là dunque si diressero primamente i Pisani. Il castello era dunque molto forte e ben munito, stretto gagliardamente ed assediato, dovette arrendersi a discrezione e patì il sacco; ma i capi si erano ritirati nella rocca che, muragliata a guisa di fortezza,dominava tutto all’intorno. Con castelli di legnami ed arieti l’esercito pisano diede l’assalto: fu forza a quei di dentro rendersi. Fatti prigionieri furono inviati a Pisa; la rocca dalle fondamenta ruinata». E inoltre: «Fra gli altri (i Pisani) condussero a Pisa Giovanni Borgherucci, scelto dai Pecciolesi a loro Signore e capo della rivolta. Ma, lungi dall’aspramente trattarlo, lo dichiararono, anzi, cittadino Pisano, gli concessero dei beni e un’abitazione nel quartiere di Chinsica e lo vollero ricolmo di molti privilegi…».

La cronaca che ci dà il Roncioni è più estesa ma la riteniamo meno attendibile perché contiene alcune contraddizioni. La riassumiamo. L’esercito che era comandato dal Consolo Guidone Parlascio si accampò vicino a Peccioli. Il castello era stato molto fortificato alcuni anni prima e atto a «sostenere qualsivoglia battaglia» per essere le mura poste «su dirupati luoghi e circondate da profonde valli». Dopo avere raccontato che i cattani respinsero ogni invito alla resa, prosegue affermando che furono distrutti tutti i raccolti dei campi (s’era di giugno). I Pecciolesi erano discordi fra loro e il «popolo minuto non era stato cagione della ribellione e diceva doversi obbedire al Consolo».

Ma i Cattani non vollero arrendersi. «Laonde il Consolo spinse le sue genti alla volta dei borghi del castello e di un subito gli occupò senza che i terrazzani potessero farvi riparo nessuno; ed avendogli saccheggiati fece incendiare il borgo». Questo prova, invece, che il «popolino» sosteneva il Borgherucci e che proprio per questo fu punito con l’incendio e il saccheggio. Per quanto riguarda, poi, i capi della «rivolta» che si erano asserragliati insieme ad altri armati dentro la rocca, afferma che questi si sarebbero rimessi alla «discrizione e clemenza del Consolo» avendogli aperto le porte «senza voler più tentare la guerra», cioè senza combattere. Per questo cronista Borgherucci sarebbe stato, oltretutto, un codardo. Il Tronci, invece, riferendosi esplicitamente all’assalto della rocca, parla di castelli di legno e di arieti. Il che è molto diverso. Infine il tempo: secondo il Tronci l’assedio durò una settimana, mentre l’altro cronista non ne fa cenno. E’ significativo.

I Pisani non furono certo teneri. Oltre al sacco che il paese subì, ordinarono anche l’abbattimento della rocca. E il potente mastio crollò insieme alle mura.

Un altro cronista pisano, Bernardo Marangone, ci aiuta a completare efficacemente il quadro dei fatti di quell’anno 1163: «… dovettero arrendersi senza condizione (i Pecciolesi), e rilasciare cento ostaggi a noi. E i Pisani distrussero le mura e bruciarono i sobborghi (di Peccioli); e la rocca fortissima di Pava presero d’impeto e la rasero al suolo; ed altri due castelli distrussero col fuoco, cosicché tutta la Val d’Era fino sotto Volterra impoverirono di popolazione che comandarono di sottostare a Pisa e mercateggiare con esso lei, e parteggiare, a costruirsi in Pisa case appresso la chiesa di Santo Cassiano in Kinsica». Dove forse il Borgherucci finì i suoi giorni stanco e amareggiato.

Ce n’è abbastanza, ci sembra, per concludere che se Giovanni Borgherucci per i Pisani fu un ribelle, per i Pecciolesi fu una figura ben diversa: un personaggio di tutto rilievo, simbolo di indipendenza. Siamo convinti•che se Peccioli avesse avuto degli storici come li ha avuti Pisa, il loro giudizio non sarebbe stato diverso dal nostro.

E in quanto a ferocia, ce lo dicono gli stessi storici, i Pisani non furono certamente dei santi.