IL TRENO A PECCIOLI¶
Sul finire del secolo scorso in quasi tutta la Provincia di Pisa, chissà come, venne la voglia del treno. Fu come una febbre che si diffuse rapidamente a macchia d’olio. Bientina, Ponsacco,Bagni di Casciana, tutti i paesi che gravitavano su Pontedera e su Pisa, furono presi dalla «febbre del treno»; volevano il collegamento ferroviario che avrebbe dato un innegabile impulso alle iniziative locali. Fiorirono riunioni, tavole rotonde, dibattiti, in cui proposte e progetti si scontrarono, si modificarono, si fusero, si ridivisero, combattendosi accanitamente; tanto che andò a finire che molti, a forza di parlarne, cominciarono a credere davvero alle loro stesse proposte e che ormai fosse questione di poco, solo il tempo, insomma, di definire alcune questioni secondarie…
Il tratto che interessava Peccioli era il più discusso, il più proposto, perché il più utile di tutti. La «febbre del treno» a Peccioli era scoppiata addirittura fin dal 1862. Fu il primo paese ad esserne colpito e forse la «malattia» si, propagò in tutta la Provincia prendendo le mosse proprio da Peccioli. Nello Toscanelli, «er deputato de’ Pontaderesi» di fuciniana memoria, lo ripropose nel 1897 e tre anni dopo, nel 1900, ne confermò la necessità con la pubblicazione di un apposito opuscolo documentato di statistiche e di dati economici interessanti.
Il Toscanelli, però, per la ferrovia Pontedera-Peccioli (La Rosa, dove in realtà si sarebbe fermata), che così appassionatamente andava sostenendo nei comizi elettorali, presupponeva l’esistenza del tratto Pontedera-Ponsacco e prospettava, poi, in tempi futuri, altri tratti come La Rosa-Saline di Volterra e Ponsacco-Bagni di Casciana. Egli, in sostanza, ai Pecciolesi veniva a promettere la ferrovia Ponsacco-Peccioli, quando ancora c’era da costruire il tratto Pontedera-Ponsacco! Ma, a parte questo, le argomentazioni del Toscanelli, specialmente per i Pecciolesi, non erano campate in aria. La mancata realizzazione della ferrovia comportò non solo la mancanza di iniziative per uno sviluppo industriale del nostro paese, come si capirà, ma addirittura l’affievolirsi o la scomparsa totale di attività esistenti, come quella delle calzature che pure era stata un tempo fiorente. Peccioli, infatti, ha potuto cominciare a svilupparsi industrialmente solo in questo dopoguerra quando, cioè, per i trasporti poté fare a meno della ferrovia. Il nocciolo della questione era dunque — ed è stato dimostrato — il problema dei trasporti. La tesi del Toscanelli era esatta. Ma i Pecciolesi come la pensavano in realtà?. La «febbre del treno», come altre febbri, era soggetta ad alti e bassi: si assopiva nei periodi di calma politica e si risvegliava puntualmente all’apertura delle campagne elettorali.
E i Pecciolesi, a seconda delle proprie opinioni politiche,credevano e non credevano alla ferrovia. Naturalmente chi parteggiava per il Toscanelli vedeva già il treno sbuffante, la stazione e sentiva il fischio del macchinista. Gli altri, gli avversari,con argomenti altrettanto validi, dimostravano la pratica impossibilità della realizzazione e presentavano la cosa come una di quelle tante promesse che si fanno soltanto in periodo elettorale e che sono destinate in partenza a finire nel dimenticatoio, ad operazioni di voto concluse. Ad ogni modo, quello del treno, fu un argomento che appassionò molta gente a Peccioli. Se ne parlò dappertutto, nelle piazze e nei caffè, nelle case e nei luoghi di lavoro.
In verità, c’erano anche persone che avevano i piedi saldamente ancorati a terra e che vedevano il treno sotto un proprio punto di vista, forse il più vero, il più azzeccato. Sentite questi sonetti, tirati giù un po’ alla brava, da Cecco Puccioni, nostro arguto concittadino :
IL TRENO A PECCIOLI
– M’affacciai l’altro giorno alla finestra quando vidi venir su dal Buìno novo e sbuffante per la via maestra, un coso nero come un vaporino,che al movimento e al cigolio dei freni,faceva proprio come fanno i… treni.
A dir la verità, lì, sulla prima, io ne rimasi estatico e commosso,non potendo capir come su in cima si fosse arrampicato quel colosso, in una strada carica di ghiaie senza le grimalliere e le rotaie!
Per farla corta, in men che non lo dico, scesi le scale in paltonne e cappello e, come inseguito fossi da nessuno, che mi rincorresse con.un manganello, giunsi nel Fosso innanzi a un baraccone che aveva tutto l’aspetto di stazione.
O questa — dissi — chi ce l’ha portata? Ma non potei sedar la meraviglia che ti vidi la guardia affacendata a ripulir del treno una maniglia. Mi scorse, mi chiamò e, in un orecchio «Sor Puccioni — mi disse — va a Montecchio?»
«Veramente, non so, ma in carità, mi spiega come va questo mistero?» «Come come, signore, non lo sa ? ci ha regalato un treno il Ministero!» Disse la guardia e, con uno spintone, mi scaraventò dentro ad un vagone.
S’era in partenza; un fischio e una trombetta e il convoglio si mise in movimento. Come s’andava, mamma mia che fretta ! Che chiasso, che sbalordimento! In un momento si passò il camposanto, il Gremignai e, con mio grande stupore, in mezzo a Montecchio mi trovai!
Qui venne ìl bello! Così dicea la gente: «Come farà la macchina a svoltare?» Quando, ad un tratto, il treno impertinente imboccò dentro ad una funicolare e, frenando la valvola chiassosa, scese pian piano in fondo alla Racosa…
«Figlio d’un can che fegato! A far bene — disse Bazzino — s’arriva anche in orario,ma se seguita a far quest’altalena, prendo un altro biglietto ferroviario e quando arrivo alla stazione vado a fare una gita a Brindellone».
Giunti che fummo innanzi al Gremignai fece sosta, la macchina, e un ometto, che tenea le pinzette fra le mani,e in testa un mastodontico berretto,ci avvertì, con garbo, che il macchinista avea perduto il senso della vista.
In conclusione la bella girata ch’era stata davver sensazionale, mi costò una grandissima sudata, sotto un sole cocentissimo e brutale; e d’ora innanzi, mi cascasse anche un orecchio, la faccio a piedi, quando vo a Montecchio!