XVII - I FIORENTINI ABBATTONO LA ROCCA¶
Nel 1362, manco a dirlo, si riaccese una nuova guerra fra Pisa e Firenze. Spiegare qui i motivi di questo conflitto sarebbe troppo lungo e noioso. Diremo soltanto che, più o meno, furono quelli di sempre (dazi ecc.) e che vi fecero la loro comparsa anche quelle famose e tristi «compagnie di ventura» che, al soldo di questa o di quella città, seminavano terrore e lutti ovunque passassero.
Ma non si creda che in tutti questi anni, cioè dalla pac e di Fucecchio del 1293, le nostre «pacifiche» città se ne fossero state con le mani in mano, magari a curarsi le ferite, anzi. Scontri, guerricciole e guerre non mancarono e neppure importanti. Pisa, tenacemente ghibellina, ad esempio, era risorta con notevoli sacrifici tanto che nel 1342, dopo furibonde battaglie e accorte tattiche, contro Fiorentini e Lucchesi, i Pisani entrarono trionfalmente in Lucca assoggettandola alla loro Signoria.
A frenare questi spiriti bellicosi non valsero neppure le terribili alluvioni, carestie e pestilenze che imperversarono in quegli anni in Italia e in particolare nella nostra regione.
Il 4 e 5 novembre 1333 una alluvione provocò lo straripamento dell’Arno e danni immensi a Pisa. L’Era, a Peccioli e a Fabbrica si portò via tutti i mulini ad acqua che pare fossero numerosi (a sud delle «Piagge» verso «Ripabianca» se ne vedono ancora i resti in cotto massiccio). Nel 1339 e 1340 una grande pestilenza colpì l’Italia. Si. ha notizia che a Volterra morirono i due terzi della popolazione. Le autorità, per non rendere ancora più macabro l’ambiente, proibirono l’uso delle campane che, altrimenti, avrebbero suonato lugubremente in continuazione. Fu disposto che chiunque avesse un morto in casa esponesse una candela accesa alla finestra. Nel 1346 il vescovo di Volterra, per la generale carestia, dispose il razionamento del pane e l’importazione del grano dalla Calabria.
Tra la fine del 1347 e i primi mesi del 1348, originata da due galee genovesi, che avevano fatto scalo a Porto Pisano con merci contagiate a bordo; si propagò rapidamente in tutta la Toscana un’altra spaventosa pestilenza che durò nove mesi. Pensate che a Pisa morivano da 300 a 500 persone al giorno. La popolazione fu ridotta del settanta per cento. Nella sola Firenz e si ebbero cinquantamila morti. A Volterra le chiese e i cimiteri non furono più sufficienti a raccogliere i morti e si dovette ricorrere a fosse comuni. Due soli preti rimasero in vita e il vescovo si vide costretto a richiedere un sacerdote di rinforzo al suo collega di Siena.
E a Peccioli? Purtroppo non abbiamo dati, ma è certo ch e anche il nostro paese, se tanto fa tanto,. buscò anche lui la sua parte.
Ma riprendiamo il discorso sul nuovo conflitto del 1362. Appena aperte le ostilità, i Fiorentini, ben conoscendo l’importanza strategica del castello di Peccioli, che pochi anni prima era stato notevolmente rinforzato e ampliato per volontà di Castruccio Castracani, inviarono un forte esercito in val d’Era al comando del Capitano Bonifazio Lupi, parmigiano. Ma il primo tentativo di conquista non riuscì. Allora fu posto l’assedio a Ghizzano e il piccolo castello si arrese a condizione che fosse «salvata la vita e la robba a tutti».
Ritenendo per il momento il castello di Peccioli imprendibile, l’esercito fiorentino proseguì verso il piano di Pisa dove a Cascina, a Riglione e a Putignano si abbandonò al saccheggio di numerosi palazzi, ville signorili e semplici case.
Il Capitano pisano, che comandava la guarnigione di stanza a. Peccioli, proprio in quei giorni aveva lasciato il castello per recarsi nel contado di Volterra dove pare fosse stato occupato in un fatto d’arme. I pochi soldati rimasti a guardia, fiutando il pericolo, inviarono in tutta fretta un messo a Pisa, ma la sorte volle che cadesse proprio nelle mani dell’esercito fiorentino il quale, di ritorno dal piano, si stava dirigendo nuovamente alla volta di Peccioli. Ma anche se il messo fosse riuscito ad arrivare a destinazione probabilmente non avrebbe ottenuto l’aiuto necessario perché proprio in quel momento la città era nuovamente in preda ad una pestilenza. Frattanto il Capitano pisano e i suoi soldati erano riusciti a rientrare in tempo a Peccioli e, in tutta fretta, ad organizzare la difesa. Purtroppo di fronte alla Preponderanza dei Fiorentini, che erano stati sostituiti nel comando da Ridolfo da Camerino, c’era ben poco da fare. Fra cavalieri, fanti e balestrieri, erano più di settemila. gli uomini che lo cinsero in uno stretto assedio.
Come abbiamo detto a suo tempo il castello era ben munito, con mura solidissime su rupi che favorivano la difesa, ma ci voleva ben altro che quel pugno di uomini. Questi si resero conto che non avrebbero potuto resistere a lungo e dopo dieci giorni vennero a patti. Se fra altrettanti giorni, fu convenuto,non fossero giunti soccorsi da Pisa sarebbero state aperte le porte del castello e salvata la vita di tutte le persone. A garanzia i difensori dettero alcuni ostaggi che furono mandati a Firenze. L‘11 agosto 1362, scaduti inutilmente dieci giorni, furono aperte le porte e le truppe fiorentine entrarono. Ma il Capitano pisano non volle arrendersi e, illudendosi di potervi resistere a lungo, si chiuse dentro la rocca che si ergeva sulla vetta del paese, formata da due torrioni collegati da un ponte. Il generale Ridolfo da Camerino ricorse allora ad un ingegnoso espediente. Fece scavare una galleria nella parete di tufo sulla sommità della quale sì ergeva un torrione e raggiunti i fondamenti vi fece mettere puntelli di legno. Quindi invitò il Capitano pisano ad arrendersi. Questo però ritenendosi al sicuro, respinse l’invito. Ridolfo allora ordinò di appiccare il fuoco ai puntelli e il torrione rovinò distruggendo anche parte dell e mura della rocca.
Il Capitano pisano e il suo esiguo manipolo che aveva fatto appena in tempo a rifugiarsi nell’altro torrione attraverso il ponte, vista inutile ogni resistenza, si arrese e fu inviato prigioniero a Firenze.