XII - IL COMUNE¶
Nelle città il Comune, alle sue origini, che in linea generale sono state fissate nel XII secolo, fu una organizzazione politica e giuridica autonoma in seno all’autorità dell’Impero, con la tendenza ad erigersi a stato sovrano. Le prime autonomie, come abbiamo già avuto occasione di accennare, furono quelle delle città marinare che si videro costrette ad organizzarsi in proprio per far fronte alle continue minacce dei Saraceni. Per far questo ebbero un aiuto indiretto dal fatto che si trovavano fuori dagli itinerari degli eserciti tedeschi che scendevano spesso in Italia al seguito degli imperatori. Un po’ abbandonate a se stesse ebbero, per così dire, la fortuna di fare il loro comodo, rispetto alle altre città. E lentamente, dai primi rozzi ordinamenti, giunsero a darsi «statuti», cioè leggi proprie, con propri corpi di milizia per farle osservare.
Questa tendenza a sganciarsi dal potere centrale, questi primi fermenti di coscienza democratica, cominciarono ad irradiarsi da queste città, provocando un movimento inarrestabile in tutto il Paese. E siccome «chi è più vicino al fuoco più si scalda», i castelli e i borghi del retroterra pisano, si trovarono ben presto a scaldarsi, a subirne l’influsso, essendo Pisa una fra le più importanti città marinare.
La cosiddetta «Adunanza dei vicini» fu la radice da cui sorse l’autonomia comunale. Questo primo rudimentale istituto di democrazia, che esisteva già timidamente in epoca longobarda, diventò in seguito comune a tutti i borghi.
Il «vicino» era il contadino dal quale il Signore esigeva talvolta in modo esagerato i prodotti della terra; era il piccolo, libero proprietario, costretto con soprusi ad uno stato servile, era il borghigiano, che aveva l’obbligo di fornire alloggio gratuito agli ospiti del Signore; era il piccolo artigiano, che doveva pagare un tributo esoso. Tutte queste persone, quindi, solidarizzavano per avere un interesse comune, si sentivano vicini anche per la loro miseria, oltre che dal fatto di esserlo fisicamente.
Le riunioni dei «vicini» avvenivano al centro del borgo che era il sagrato della chiesa. La Pieve, quindi, fu la prima «sala consiliare». Le discussioni vertevano soprattutto sui rapporti col Signore dal quale si esigevano migliori condizioni di vita e soprattutto giustizia. Il pievano prendeva anche lui parte ai dibattiti, con funzioni di moderatore, come si dice oggi: fra la massa dei poveri analfabeti che componevano l’assemblea e, almeno nei primi tempi, era lui che si faceva interprete presso il Signore delle loro «istanze». Più tardi, a trattare in nome di tutti, furono mandati i cosiddetti «Buoni-uomini» che rappresentavano ciascuno un «popolo», cioè una parte del borgo, come dire «il popolo di Borgherucci», «il popolo di Corbiano», «il popolo della campagna» e così via. Furono insomma i primi consiglieri comunali.
Ma, oltre a queste richieste, che si possono definire di carattere sindacale, altri compiti si assunsero le «vicinanze», come,ad esempio, quello di stabilire i turni di lavoro per la manutenzione del castello, nonché quelli per la guardia, rappresentando esso la sicurezza non solo del padrone ma anche per loro stessi e per il bestiame; stabilivano il da farsi per tutti i lavori del borgo e per la pulizia; fissavano l’ammontare del tributo dovuto al Signore in base ai redditi che ciascuno onestamente dichiarava, magari con giuramento sull’altare.
Come si vede, alcuni di questi compiti, in- sostanza, sono quelli delle amministrazioni comunali di oggi. Anche se non furono codificati in registri, con tanto di bolli e di superiore ap provazione, vennero sempre rispettati sulla parola. E da questi, più tardi, nacquero i veri e propri, liberi, «statuti» scritti.
Nel periodo medioevale, con lo svilupparsi dei potentati laici ed ecclesiastici, che tendevano sempre più ad espandersi, i castelli e i borghi del contado furono oggetto spesso di contese ed anche di compravendita, o di «spontanee» donazioni al vescovo da parte di fedeli. Il castello di Peccioli, con tutti i suoi privilegi, come abbiamo visto, fu venduto dal suo Signore, al vescovo di Volterra e più tardi un altro vescovo lo cedette a Pisa. Con queste vendite, anche se scomparvero i doveri e i tributi che il popolo doveva pur sempre pagare, poteva accadere che il nuovo padrone si rivelasse più esoso del precedente. I nuovi padroni esercitavano il potere per mezzo di propri funzionari. Fin tanto che Peccioli rimase sotto il vescovo di Volterra, era il Pievano che lo esercitava per lui. Pisa, con propri funzionari: Podestà e Capitani, dopo che gli esponenti locali avevano fatto atto di sottomissione e dì obbedienza ai «consoli» della città.
Sia il Pievano, prima, che il Podestà e i Capitani, dopo,si avvalsero per meglio governare della collaborazione di persone locali, fra le più autorevoli e sagge, le quali in definitiva altri non erano che i vecchi «vicini», cioè i rappresentanti de i vari «popoli».
L’assemblea di queste persone, che Vennero dette «consoli» (dall’antico termine romano), si dette i propri «statuti», le proprie leggi scritte delle quali, tuttavia, per il periodo in cui Peccioli fu sotto la dominazione pisana, e cioè fino al 1406, non c’è giunta traccia. Dopo tale data di «statuti» della nostra comunità ne è rimasto un gruppo numeroso presso l’Archivio di Stato di Firenze. C’è anche una raccolta del 1525 nell’archivio del nostro Comune.
Riportiamo alcuni nomi di podestà e capitani che governarono Peccioli durante il periodo della dominazione pisana: 1298 Bacciameo Oliveti; 1350 Stefano Casapieri Ravosi; 135 1 Guglielmo da Caprona; 1371 Iacopo Buzzacarini; 1373 Buglia dei Gualandì 1381 Benedetto Lanfranchi; 1387 Bartolommeo Orlandi; 1397 Turchi de’ Lei.