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LA BANDA

Don Ceccarelli, un modesto e generoso sacerdote che si era già acquistato particolari benemerenze per avere insegnato a leggere, scrivere e «far di conto» a molti Pecciolesi dell’epoca, si assunse anche il compito di organizzare una banda musicale. Un compito estremamente gravoso per quei tempi di magia, nei quali, prima di pensare agli svaghi, c’era da pensare a molte altre cose ben più importanti. È facile immaginare in quale difficile ambiente operasse Don Ceccarelli: fra gente che non sapeva leggere o che appena sapeva scrivere, privi di mezzi per acquistare gli strumenti. Ciononostante, dopo un lungo e paziente lavoro, da vero certosino, riuscì nel suo intento. E un giorno di festa del 1870 la Banda percorse le strade e le piazz e del paese in un’atmosfera di entusiastico consenso e di legittimo orgoglio. Fra i musicanti fondatori, sono ricordati Fortunato Casati, Geremia Chiarei, Vittorio Chiarei, Alfredo Crecchi, Giuseppe Cursi, Giovanni Merlini, Giuseppe Mérlini, Ranieri Merlini, Giovanni Paoli,. Attilio Fiorentini, Olivo Gelici, Dens-Dedit Giuntini, Giovacchino Marchetti, Antonio Petresi, Lodovico Profeti, Giuseppe Ribechini, Isolo Sivieri, Adolfo Stacchini, Rodolfo Stacchini. In modo particolare è ricordato Verano Lampredi, che si rivelò fra gli allievi di Don Ceccarelli, forse il più appassionato. e il più preparato. Fu per decenni capobanda, valido e disinteressato istruttore, nonché autore di apprezzatissim e marce che la Banda esegue tuttora.

Dalla Fondazione fino al 1900 la banda condusse una vita assai difficile per ragioni economiche nei tristi tempi che correvano. Tuttavia, con notevoli sacrifici, poté, raggiungere un livello di efficiente preparazione sotto la direzione del maestro Carlini di Livorno e del maestro Stenta di Pisa. Fu proprio col maestro Stenta che il 15 agosto 1900 al Congresso Bandistico di Bagni di Casciana conquistò il primo alloro: I premio con medaglia d’oro. La popolazione che prese a seguire la Banda nelle sue trasferte con lo stesso entusiasmo con cui oggi si segue una squadra di calcio, fu conquistata dall’euforia. «Dede» (Crecchi che fece poi una tragica fine affogando in un pelago),famoso per quel difetto di pronuncia che gli faceva dire spessissimo frasi anagrammate, colto dall’entusiasmo esclamò: «Vale più un bando della Banda di Peccioli, che tutti i quattro bagni di Bagni di Casciana!».

Nel successivo 1905 un altro primo premio con medaglia d’oro la Banda conquistò a Portoferraio, ex equo con quella di Piombino. La dirigeva il bravo maestro Giovanni Falorni di Pontedera che per tanti anni doveva restare alla direzione.

Rapidamente il nome, il valore della Banda superò i ristretti confini locali. Sempre più spesso veniva chiamata, ora qua ora là, a presenziare le più svariate manifestazioni, sempre seguita da una foltissima schiera di «tifosi» che non badavano a sacrifici (e non dovevano essere pochi con la scarsità di mezzi di allora) pur di essere presenti ai suoi «servizi».

Nel settembre 1921 su invito del sindaco di Firenze, presenziò i solenni festeggiamenti del Centenario Dantesco. Al mattino fu ricevuta dall’Amministrazione Fiorentina, nel salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio e la sera, sotto la Loggia dell’Orcagna di fronte ad un esigente e numeroso uditorio, eseguì col maestro Falorni un applauditissimo concerto.

A ricordo dell’occasione il Comune di Firenze donò alla Società una medaglia d’argento. Che il nostro Corpo Filarmonico fosse, in quell’epoca, fra i migliori è dimostrato dal fatto che fu ammesso dopo una rigorosa selezione, insieme a sole quattordici bande d’Italia, al concorso indetto in occasione del grande Convegno Nazionale di Roma del 17 ottobre 1922. Il nostro complesso nella graduatoria finale fu classificato al settimo posto e conquistò una Coppa d’argento. L’eccezionale gara si svolse al teatro Augusteo. I pezzi eseguiti dalla nostra Banda furono la sinfonia dell’opera «Raimond» di Tomas ed una fantasia della «Carmen» di Bizet, che era il pezzo facoltativo. E fu proprio questo, secondo il parere di esperti che negò alla Banda di Peccioli un piazzamento migliore di quello, pur sempre lusinghiero, conseguito.

La fantasia della «Carmen» infatti, peraltro eseguita in modo magistrale, non fu giudicato di taglio felice. Un vero peccato.

Ma il più alto livello di preparazione, la nostra Banda Io raggiunse sotto la direzione dei fratelli Marini, negli anni venti: Vincenzino destinato a diventare in breve tempo un famoso direttore d’orchestra nei maggiori teatri del mondo, e Ottavio,più giovane, non meno bravo, che guidò la Banda per vari anni e che nel giugno del 1927, a Lucca, mentre al nostro complesso fu assegnata una medaglia d’argento, fu dichiarato vincitore del concorso per una canzone che divenne in breve molto popolare.

Erano i tempi in cui nella Banda brillavano gli strumenti di Egisto Volterrani (il «jolli» per la sua capacità di suonare benissimo anche altri strumenti), di Pilade Merlini, Virgilio Merlini, Umberto Chiarei.

Il maestro Marini abituato a trattare con professionisti,era esigentissimo e severo con i musicanti i quali, tutti, erano dilettanti che durante il giorno lavoravano, alcuni anche pesantemente. La sera dopo cena, alle prove, poteva accadere ch e venisse commesso qualche errore di distrazione dovuto alla stanchezza. Il Marini non ammetteva distrazioni. Era capace di far ripetere caparbiamente dieci o venti volte lo stesso rigo, senza indicare l’errore, con il suo severo, autoritario e monotono: «Ancora», a un intero settore o a un singolo musicante fino a che non veniva eseguito in modo perfetto. Anche per la puntualità non era meno esigente. Se era stabilito che le prove iniziassero alle nove voleva che a quell’ora tutti fossero ai loro posti con gli strumenti in mano. Accadde una sera che «Leoncio» (il povero Leonardo Ribechini) arrivò con alcuni minuti di ritardo accolto dalle rampogne del maestro e da quelle pi ù severe dei colleghi. «E muoviti!». «Tifa via!»..« Sei sempre l’ultimo!».

Leoncio, senza scomporsi sotto quella gragnuola di rimproveri; con la sua caratteristica flemma, nel silenzio che intanto si era fatto, mentre sotto gli occhi di tutti si avviava al suo posto, si fermò e con l’aria più candida di questo mondo dimostr ò ancora una volta con semplicità la verità di La Palisse: «Ma scusate — disse — uno deve essere l’ultimo!».

Il maestro Marini, burbero, con la fronte più aggrottata,tagliò ogni ulteriore polemica e iniziò subito la prova. Ma dopo un paio di righi Io interruppe prendendo a sorridere. I musicanti, abituati a ben altre espressioni del viso del maestro, si guardavano increduli. Il Marini, allora, spiegò: «Scusate, ma il Ribechini ha perfettamente ragione, non c’è che dire: l’ultimo, uno, bisogna che sia!».

Anche dopo il Marini, con un nome ormai celebre in Toscana, la Banda continuò e continua tuttora, pur con gli inevitabili alti e bassi propri di tutte le cose, con la parentesi della guerra e con le difficili ricostruzioni, a prestare i suoi servizi in varie città, sempre accolta favorevolmente: a Volterra, a Pisa,a Livorno, a S. Gimignano, a Pontedera, a Empoli, a Piombino, e in tante altre località che sarebbe monotono ricordare qui.

Alla guida del complesso, oltre a quelli nominati, si sono succeduti altri direttori, alcuni anche di notevole importanza,esperienza e valore. Paolo Vacca, Bruno Pizzi (apprezzato direttore della Corale Pisana e dei Cori di vari teatri liricid’Italia), Carlo Lupetti, Virgilio Bruscalupi (titolare della cattedra al Conservatorio Cherubini di Firenze), Adalberto Del Corso e Bixio Daini, attuale direttore.

Del simpatico maestro Pizzi vogliamo ricordare una sua battuta, fra le tante piene di spirito e talvolta anche mordaci con le quali, preso dalla foga, soleva beccare questo o quel musicante, durante le prove. La pronunciò una seria, durante le prim e prove della Banda nel periodo della ricostruzione, dopo la guerra. Dopo’ appena poche battute, eseguite evidentemente in modo orribile al suo orecchio, gettò via la bacchetta e attaccandosi al cappellinaio che era alle sue spalle, gridò con disperazione: «Basta, sembrate le trombette di San Ranieri!». Da buon pisano si ricordava la confusione fastidiosa di quelle trombettine di gomma in bocca ai ragazzi per la festa di San Ranieri.

Ma in queste note di storia del valoroso sodalizio paesano, non possiamo non ricordare il povero Turino Giusti che per molti anni, in questo dopoguerra, fu un appassionato capobanda e assiduo istruttore di allievi. Fu proprio durante una lezione,úna sera dopo cena, che lo colse improvviso il malore che dopo poche ore lo portò alla morte. Il primo centenario di fondazione della Banda fu celebrato nel 1970. Presidente della società filarmonica era Francesco Passerotti, mentre capobanda era Giovacchino Chiarei. Un apposito comitato organizzò i festeggiamenti che culminarono nel cosiddetto «concertone» eseguito dalla Banda di Peccioli ed a quella di Rosignano Solvay (che simpaticamente volle prendere parte ai festeggiamenti), fuse in un unico complesso, sotto la direzione del bravo maestro Bixio Daini.