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XXII - DALLA SIGNORIA AL GRANDUCATO DI TOSCANA, AL REGNO D’ITALIA

Con la caduta definitiva della Repubblica di Pisa, sotto il dominio di Firenze, Peccioli segue le sorti della Toscana. Non abbiamo più da raccontare fortunatamente, imprese di guerra che hanno tenuto tanto spesso in allarme le nostre genti.

Epidemie e carestie continuarono tuttavia ,ad interessar il nostro paese nel periodo che stiamo descrivendo, come lo avevano interessato nei secoli precedenti. Nel 1456, ad esempio, un vero e proprio ciclone ridusse alla fame tutto il volterrano e anche la nostra zona. Si annunciò con tuoni e fulmini, quasi all’improvviso, e da Piombino, dove pare abbia avuto il suo centro, si spostò rapidamente dalle nostre parti fino all’Arno. Travolse abitazioni, con feriti e morti e distrusse tutti i raccolti.

Seguì l’ immancabile epidemia di peste che si ripeté nel 1464,con una grande mortalità, e che si prolungò fino all’anno seguente. Tre anni dopo, nel 1468, si rinnovarono carestie e peste: calamità che con più o meno potenza e con più o meno frequenza, si ripeteranno in seguito con gravi danni.

Nel 1583 in val d’Era e nel Volterrano vi fu una nevicata di cui non si ricordava l’eguale. La neve salì ad oltre un metro di altezza. Con la Signoria di Lorenzo il Magnifico (1478-1492 ) la Toscana conobbe, come si sa, un periodo florido, sia economicamente che culturalmente. Con l’ordinamento amministrativo che fu promulgato da Lorenzo, le Comunità vennero raccolte in «Podesterie». Anche Peccioli fu sede di Podesterie e comprendeva nella sua giurisdizione le Comunità di Ghizzano,Fabbrica, Laiatico, Terricciola, Rivalto e Chianni.

La Podesteria di Peccioli, a sua volta, era sotto la giurisdizione del «Vicariato» di Lari, il quale vigilava anche sulle Podesterie di Lari stesso, di Ponsacco e di Palaia.

Di questo periodo abbiamo due nomi di Podestà: nel 1512 Frediano di Stefano e nel 1514 Antonio di Giovacchino.

Dalla raccolta degli «Statuti» del 1525, conservata nell’archivio del nostro Comune, abbiamo rilevato i seguenti nomi degli «statutari», cioè di coloro che formarono gli Statuti: Antonio di Biagio di Menico da Peccioli; Marco di Michele di Luca da Laiatico; Andrea di Bartolommeo di Podestà da Chiarirli.; Giovan Battista di Lorenzo di Matteo da Legoli; Matteo di Lorenzo di un altro Lorenzo da Montecchio; Antonio di Giovanni rei da Santa Luce e Biagio di Salvatore Barciotti da Terricciola. Il Notaio fiorentino che trascrisse gli statuti si chiamava Sebastiano Ghini.

Con Ferdinando I dei Medici, sotto il quale la Toscana (ormai Granducato dal 1531) si arricchì in particolar modo in agricoltura (vigne e uliveti), si ebbe un nuovo ordinamento amministrativo. Su questo ci dilungheremo un po’, sempre per sommi capi, per rendere un’idea della vita amministrativa dell’epoca.

IL COMUNE — Le Comunità, praticamente, non erano altro che i paesi dove anticamente erano i castelli..Quelle che oggi sono’frazioni del Comune, come Ghizzano, Fabbrica, ecc.,erano Comunità autonome.

L’unico organo della Comunità era il Sindaco che veniva eletto col sistema dell’imborsazione. Era il Vicario (che risiedeva a Lari) che procedeva all’estrazione, in presenza dei sindaci uscenti, da una borsa che conteneva i nomi dei candidati scelti fra loro che pagavano le imposte. L’estrazione di solito avveniva il 1° maggio e il nuovo sindaco prestava giuramento davanti al Vicario, con la mano sul Vangelo.

Il Sindaco praticamente si occupava di tutti gli affari e i problemi della Comunità. Ma aveva anche un compito importante e delicato: quello di polizia. Aveva l’obbligo rigoroso di denunciare tutte le inadempienze di cui veniva a conoscenza e se trasgrediva a questo obbligo, veniva punito severamente. Aveva altresì l’incarico di fare tutti i censimenti, di valutare gli estimi,distribuire grano, reperire locali per i soldati, ecc.

Le spese venivano sostenute con i dazi comunali e di queste doveva rendere conto ogni sei mesi ai sindaci revisori che venivano eletti dalla popolazione, uno per ogni «popolo», cioè per ogni zona in cui era diviso il paese.

LA PODESTERIA — La Podesteria di Peccioli comprendeva in quell’epoca ben diciassette Comunità e cioè: Peccioli, Ghizzano, Fabbrica, Legoli, Terricciola, Casanuova, Soiana, Morrona,Laiatico, Orciatico, Montecchio, Bagno (Casciana Terme), Chianni,Santa Luce, Riparbella, Strido e Castellina Marittima. Come si vede era molto estesa ed arrivava fino al mare. Gli organi della Podesteria erano due: il Podestà o Governatore e il Collegio dei Sindaci.

Il Podestà era sempre un cittadino fiorentino che giunto a Peccioli prestava giuramento nella chiesa di San Verano, alla presenza di tutti i Sindaci delle varie Comunità, del Notaio, dei Sacerdoti e del popolo. Restava in carica sei mesi e per lo svolgimento dei suoi compiti si avvaleva della collaborazione: del «Cancelliere» (che era un notaio con compiti praticament e uguali a quelli dell’attuale segretario comunale; conservava gli statuti; assicurava la continuità della vita amministrativa); del «Camarlingo» (che aveva il compito essenziale di riscuotere le imposte in base al preventivo delle spese ordinarie della Podesteria — salari, contributi al Vicario, allo Stato, ecc. — Era un incarico molto ambito e per ottenerlo bisognava dimostrare di essere in regola con il fisco. Al termine dell’incarico, che durava un anno, tutte le sue carte, registri, ecc. erano accuratamente controllate dai Sindaci che facevano apposita relazione’ al Vicario); del «Depositario dei Pegni» (incarico che veniva assegnato ali’« incanto» in luogo di pubblico mercato. Conservava tutto ciò che era stato pignorato, animali e cose, e dopo un certo periodo, in mancanza di riscatti, metteva tutto all’asta sperando di guadagnare qualche cosa); dei «Messi» (che erano materiali esecutori di ordini. Pur svolgendo il lavoro nell’ambito della Podesteria, essi dipendevano dal Vicario e venivano pagati dalla Dogana di Pisa. Il loro era un lavoro poco simpatico perché dovevano costringere, pena il pignoramento, i restii a pagare le imposte); e infine dei Cavallari (che non erano altro che messi provvisti di cavallo a carico della spesa pubblica).

Il secondo organo della Podesteria era il Collegio dei Sindaci, detto anche Collegio dei Governatori della Podesteria. Era formato dai Sindaci di tutte le Comunità e si occupava di tutti gli affari della Podesteria. Si riuniva nel Palazzo del Vicario e deliberava sotto la sua presidenza.

IL VICARIATO — Al di sopra delle Podesterie c’era il Vicariato. Peccioli dipendeva da quello di Lari il quale vigilava anche sulle Podesterie di Lari e di Palaia. I compiti dei Vicariato erano quelli che presso a poco avevano le Prefetture fino a poco tempo fa, prima dell’ordinamento regionale, ma più allargati. Il Vicario, infatti, oltre ai normali compiti di vigilanza,amministrava anche la giustizia in collaborazione con un notaio, ed aveva anche compiti di polizia per la quale si avvaleva dell’opera del «bargello». Controllava le carceri e i mulini,la raccolta e la distribuzione del grano ecc.

Il Vicario, che era un cittadino di Firenze, restava in carica sei mesi e al termine del mandato portava a Firenze tutti i suoi registri, mastri, carte, ecc. che, dopo accurato controllo, venivano rimandati all’archivio di Lari.

Il secondo organo del Vicariato era il Consiglio dei Governatori che era composto da due membri di ogni Podesteria. Aveva apposita sede, trattava questioni interessanti tutto il territorio del Vicariato, ed era il massimo organo deliberante.

Della nutritissima schiera dei Podestà che amministrarono la Podesteria di Peccioli in questo lungo periodo granducale elenchiamo alcuni nomi: Epoca della Casa Medici: 1531 Messer Lorenzo di Iacopo Gasperi; 1570 Cristofano Bucetti; 1579 Bartolommeo Mazzinghi; 1582 Tommaso Panichi; 1584 Gabriello Setti; 1589 Andrea Giuntini; 1592 Benedetto Mori; 1606 Matteo Bartoli; 1607 Pietro Biondi; 1626 Benedetto Norci; 1640 Leonardo Rocchi; 1641 Leonardo Giuntini; 1659 Pietro Bernardeschi; 1670 Onofrio Bonsignori; 1679 Apollinare Bertini; 1693 Lucà Bessi; 1733 Pasquale Gaetano Scarlatti.

Epoca della Casa di Lorena: 1743 Giovanni Bruschi; 1759 Giuseppe Frilli; 1763 Filippo Gaetano Pescatori; 1784 Filippo Casanova.

Ci furono in seguito altre variazioni a questo ordinamento ma furono di poca importanza. Con Leopoldo I della casa di Lorena, vennero tuttavia, soppressi i Vicariati e le Podesterie.

Il capo della Comunità si chiamò «Gonfaloniere» mentre ognuna di queste doveva avere un consiglio di cinque Priori e un Consiglio Generale di dodici membri. In pratica erano il Sindaco, la Giunta e il Consiglio comunale attuali.

Nel periodo del breve dominio di Napoleone (dal 1799 al 1814) durante il quale il Granducato di Toscana venne chiamato «Regno d’Etruria», Peccioli divenne capoluogo di «Giudicatura di Pace». Da esso dipendevano anche i Comuni di Laiatico e di Palaia. Era incluso nel circondario di Livorno, compartimento del Mediterraneo.

In questo periodo i capi dei Comuni vennero chiamati «Sindaci». Nel 1803 fu Sindaco il dottor Pietro Biondi e nel 1805 Luigi Bonichi. Ritiratisi i Francesi, con la restaurazione della casa Lorenese, con Ferdinando III, si ebbe un primo importante cambiamento nella carica di Gonfaloniere. Se pur sempre di nomina granducale non era più un cittadino fiorentino, ma del posto, scelto fra i cittadini abbienti.

Finalmente con Leopoldo II, divenuto Peccioli nel 1844 sed e di Cancelleria con giurisdizione su Laiatico e Terricciola, sotto il Compartimento di Pisa, il Gonfaloniere veniva eletto fra ì Consiglieri. Anche i cinque priori (la giunta) venivano eletti dal Consiglio Comunale a scrutinio segreto, mentre i membri del Consiglio Comunale venivano eletti fra i contribuenti del Comune.

Dalla restaurazione Lorenese, fino all’Unitàd’Italia alcuni Gonfalonieri che guidarono il Comune furono: 1814 Giovan Battista Puccioni; 1825 Dottor Ferdinando Orsini; 1833 A. Gambini; 1838 Antonio Serragli.

La Casa Lorenese governò saggiamente la Toscana. Leopoldo I, affiancato dal validissimo Pompeo Nero, al quale aveva affidato la direzione del Consiglio di Stato, operò riforme veramente illuminate che in quell’epoca fecero gridare allo scandalo. Con la riforma del codice penale, ad esempio, abolì alcuni infami residuati del Medio Evo come i cosiddetti delitti di lesa maestà, la confisca dei beni, la tortura e la pena di morte (fu registrata di lì a poco una notevole diminuzione della criminalità).

Con lui la Toscana si avviò a diventare veramente il primo stato moderno. In agricoltura, a cui dette notevole impulso, liberò i contadini da quelle vessazioni che si erano trascinate quasi intatte fin dal profondo Medio Evo. Liberò le terre da servitù abolendo la legge del pascolo pubblico, secondo cui i terreni non dovevano essere recinti, tanto che un povero diavolo che aveva faticato tutto l’anno doveva assistere, zitto e cheto, alla distruzione dei raccolti da parte del bestiame altrui che vi pascolava liberamente.

Pur essendo un cattolico osservante e praticante, operò drastiche riforme nell’ambiente ecclesiastico con l’abolizione di molte compagnie religiose e di veramente assurdi privilegi per il clero.

L’ultimo Granduca di Toscana, Leopoldo II, che aveva concesso anche lui lo «Statuto», in seguito alle note vicende, abdicò il 27 aprile 1859. L‘11 e 12 marzo 1860 ci fu il «plebiscito» per l’annessione al Regno Sabaudo. Vediamo come votarono i Pecciolesi. Su 1716 iscritti nelle liste, votarono solo 1065 elettori. Per l’unione al Regno Sabaudo si ebbero 838 voti, mentre contrari se ne ebbero 212. Le schede nulle furono 15.