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IL CONVENTO DEI FRATI

Taviano Cepparelli (e non può essere stato che lui, il fautore) non poteva fare scelta più felice di quella per costruir e il monastero. Si trova a poco meno di un chilometro dal paese,a nord, sulla sinistra della antica strada di Gello, su un poggio quasi interamente cintato da un muro. È un posto bellissimo che ha in sé qualche cosa di misterioso e di irreale che attira e rende oltremodo piacevole la permanenza. Quelle quercie, quei cipressi, quei pini giganteschi, quell’odore di ragia, tutto quel fitto groviglio di piante dai colori caldi e di sempreverdi, inframezzato da ampi vialetti e sentieri che frugano per ogni dove,su e giù, ora ripidi ora in piano, fanno di quel bosco, un luogo selvaggio e curato ad un tempo, un luogo unico. Dal «belvedere» che è sul piano più alto del bosco e che si trova al termine di un vialetto di cipressi, quasi sull’orlo della scarpata che scende paurosamente a picco nella stradella sottostante,si domina gran parte della magnifica valle dell’Era. «Vedi — ci disse una volta, tanti anni addietro, un padre, — guardar e da qui è come guardare di lassù, dal di sopra del mondo. Senti che pace, che silenzio, che solennità!». E i frati, silenziosi e solitari, assorti nella lettura, si vedevano nell’ora vespertina, seduti alla tavola di pietra; oppure passeggiare fra i pini e i cipressi, scomparire e riapparire, come figure impalpabili, nel gioco di quei sentieri ombrosi.

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Nel 1577 ai Pecciolesi venne l’idea di darsi un monastero. Il paese era ormai sotto la dominazione di Firenze da molti anni e si stava dando un aspetto definitivo nell’ambito del nuovo Stato di Toscana. Nicolò Francesco Spina, un nobile fiorentino,che aveva possessi e privilegi nel nostro paese, offrì a questo scopo la sua chiesa, dedicata a San Michele Arcangelo, che aveva fatto restaurare pochi anni prima e che è la stessa di oggi. Sul fianco destro della chiesa; dalla parte del chiostro, c’è infatti, questa iscrizione: «Nicolaus Spina Civis Florentinus A. Fundamentus MDLVIII». Questa chiesa, che a quell’epoca, ovviamente, era priva del loggiato e di tutto quello che ha oggi intorno, era a livello di «cappellania» nella giurisdizione della Propositura di Peccioli. Essa esisteva già da alcuni secoli. Nel 1356 fu tassata a pagare alla Mensa Vescovile di Volterra un tributo annuo di dieci lire. In un elenco delle «portate» alla stessa Mensa del 1282 la troviamo segnata per dieci barili di vino come chiesa di «San Michele a Monte Rotto». La chiesa, infatti, è sempre stata chiamata di «San Michele a Monte Rotto al Gioiello». «Monterotto» perché il poggio dove si trova il convento dà l’impressione, specie da quel dirupo pauroso che abbiamo descritto, che si tratti proprio di un monte spaccato,un monte rotto. «Al Gioiello», perché nei pressi del convento c’è una casa colonica che si chiama, appunto, «Gioiello».

I Pecciolesi, dunque, ottenuta la chiesa, il 21 aprile di quel 1577, mandarono Taviano Cepparelli, munito di tutti i titoli e le credenziali necessari, al Capitolo dei Cappuccini a presentare la formale richiesta del convento. Il Capitolo accettò subito la proposta perché appena l’anno successivo papa Gregorio XIII, con un «breve» in data 13 maggio, concesse il permesso di costruire, il convento rendendo, nel contempo, la chiesa indipendente dalla Propositura.

Alessandro Catignani, nobile pisano, discendente probabilmente da quei Catignano che furono Signori del castello di Peccioli nel lontano 1115 quando lo cedettero al vescovo, di Volterra, offrì il bosco e il terreno dell’orto, che pare fossero di sua proprietà, e inoltre di costruire il convento a sue spese. I lavori si iniziarono subito e terminarono nel 1580, stando ad una iscrizione che dice: «Alexander Catignanus Jacobi Filiu s A.MDLXXX». Eccettuata l’aggiunta del «coro», la chiesa fu lasciata praticamente intatta.

Appena: qualche anno dopo, mediante apertura sul fianco sinistro, fu aggiunta la cappella della Madonna e all’interno del bosco venne costruito il piccolo cimitero per la sepoltura dei frati (il primo ad esservi sepolto fu padre Angelo da Pontedera nel 1601). Questi lavori furono fatti fare dagli eredi di quel Pietro Gaetani «nobile» di Pisa e di Firenze, del qual e abbiamo fatto la conoscenza quando abbiamo parlato, nella nostra storia, delle ultime vicende del castello di Peccioli, e che ottenne in premio per «i particolari servizi» resi a Firenze numerose proprietà e privilegi in Peccioli.

Quando tutto fu pronto, il 25 aprile 1600, con una solenn e festa, alla presenza di tutto il popolo Pecciolese, con alla testa l’infaticabile Taviano Cepparelli, il Vescovo di Volterra Luca Alemanni consacrò la chiesa. Nel 1620 fu disposta la clausura e nel 1628 fu costruita la «pozza» dell’orto per la raccolta delle acque.

In mezzo al bosco, in fondo a un vialetto di cipressi, occhieggia, sotto i rami di un pino, col suo breve portico, una cappellina. Proprio dove sorge questa cappella, durante alcuni lavori di scavo, venne alla luce un misterioso tesoro. Misterioso del tutto, perché non sappiamo di che natura fosse questo. «tesoro», che valore avesse, né che fine facesse. Sembrerebbe, tuttavia, che fosse finito nelle casse dello Stato, o dello stesso Granduca, perché Ferdinando II dei Medici, nel 1640, come per un gesto di riconoscenza, fece costruire in quel posto la cappellina di cui abbiamo detto.

Ma un’altra scoperta ben più importante fu fatta nel bosco stesso, otto anni prima. Più importante non tanto per il tesoro che anch’essa portò, quanto per l’uomo che ne fu proprietario. Nel 1632 fu scavata una grotta e adattata a cappella (non sappiamo in quale punto del bosco perché oggi non esist e più). Dallo scavo venne fuori uno scheletro umano di grandezza superiore alla media, ricoperto di frammenti di una veste ch e si suppose fosse stata di seta e di forma uguale, pressappoco,a quella con la quale si usa rappresentare Dante. Non si è mai saputo a chi appartenessero quei resti. Certamente a persona nobile e ricca, a giudicare dalla veste e dal fatto che essa fosse ornata da una grossa bottoniera in oro massiccio. Resta strano, ad ogni modo, che quest’uomo, appunto’se nobile e ricco, venisse sepolto in quella terra isolata, solo, senza alcun segno, e non in una chiesa come gli uomini del suo tempo e del suo rango. Quello che sappiamo è che anche quel tesoro fece una brutta fine. Con l’oro ricavato da quei bottoni fu fatta fare una Pisside che, poi,’nel 1635, fu rubata e non se ne seppe più nulla.

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Se nel 1866 Taviano Cepparelli, che si era dato così tanto da fare e a lungo per avere i frati, fosse stato ancora in vita, avrebbe fatto una brutta fine d’anno. Il 30 dicembre, infatti, i frati furono costretti a lasciare il convento a causa della famosa legge che il «governo anticlericale» aveva fatto approvare in quell’anno.

La Chiesa aveva cercato di parare il colpo col dichiarare succursale della Propositura di Peccioli la chiesa del convento. Con questo strattagemma, infatti, due frati poterono esservi lasciati come officianti e custodi. Tutti gli altri vennero ad abitare in Peccioli in una casa di via Borgherucci, di proprietà di Amerigo Menciassi Lupi, dove si trattennero per cinque anni e poi. se ne andarono.

Nel 1867 il convento fu ceduto al Comune il quale, a sua volta, lo cedette alla Misericordia che fu istituita nel 1869 e che lo adibì a propria sede. Quindici anni dopo, però, nel 1884, il Prefetto ordinò lo sfratto e ai due frati che vi erano rimasti e alla Misericordia. Il convento rimase deserto.

I Pecciolesi allora, spinti certamente dalla invisibile mano del clero, cominciarono ad agitarsi, a riunirsi, insofferenti a queste imposizioni governative, e l’anno successivo, per mezzo di Amerigo Menciassi Lupi, lo stesso che aveva offerto ospitalit à ai frati dopo la «soppressione» dei conventi, e di Francesco 1Nliliani, persone di rilievo, fra i «notabili» del paese, presentarono una formale richiesta per il ritorno a Peccioli dei frati cappuccini. La richiesta, nonostante il «calore» che l’accompagnava, non trovò l’accoglimento desiderato perché il 7 settembre del 1886 tutto il complesso del convento, che era stato requisito dallo Stato, fu posto all’asta per il prezzo base dì undicimila lire, somma che non impensieriva i sostenitori dei frati Essi cominciarono, invece, ad impensierirsi quando, contro ogni previsione, un certo signor Vanziria cominciò a fare offerte superiori a quelle dei rappresentanti dei frati arrivando fino a diciottomila lire, cifra sulla quale si fermò. I frati poterono così aggiudicarsi il convento per la somma di diciottomilacento lire. E’ stato detto che quel signor Vanziria era un avversario dei frati, un anticlericale, e che per questo egli fece rialzare il prezzo. Può essere. Ma se consideriamo obiettivamente il complesso del convento, che poteva facilmente essere trasformato in una splendida dimora, l’orto e il meraviglio parco, c’è da credere il contrario: che egli, cioè, arrivato a quella cifra, si sia pentito ed abbia preferito ritirarsi affinché il convento ritornass e in mano ai frati.

La sera stessa dell’asta a Peccioli si sparse la notizia del ritorno dei Cappuccini e i Pecciolesi si riversarono nei pressi del convento preparandosi ad accoglierli con una grande festa,ma le autorità governative ne impedirono l’arrivo. Finalmente,superato ogni ostacolo, i frati cappuccini ripresero possesso del Monastero il 28 giugno 1887 e il 14 luglio successivo, con una grande festa, la chiesa fu riaperta al culto. Taviano Cepparelli poté, così, ritornare a riposare in pace.