XIII - GUELFI E GHIBELLINI¶
Per meglio capire quello che accadrà da ora in avanti, per un lungo periodo, intorno al nostro castello, è necessario allargare lo sguardo sul mondo esterno e parlare brevemente della lotta che si era accesa fra il Papato e l’Impero; spiegare, cioè, anche se in modo molto sintetico, i motivi della contesa che spesso assunse aspetti drammatici.
Vi ricorderete che il Feudalesimo di Carlo Magno aveva lasciato come eredità una miriade di staterelli nel nostro Paese, in lotta fra loro, e che l’Impero, il Sacro Romano Impero, era ormai una entità astratta. Tuttavia i regnanti tedeschi che, per un verso o per l’altro, avevano raccolto l’eredità di Carlo Magno, ambivano al titolo di Imperatore, tanto che alcuni di essi, pur di farsi incoronare dal papa, trascurarono i loro popoli dai quali furono apertamente accusati di questo. Era una specie di «mal d’Italia» che li prendeva, attirati dalla antica gloria di Roma e di Carlo Magno, dal clima, dalla più alta civiltà del nostro Paese. Ma, in fondo, covavano anche il desiderio di unificare l’Italia e di unirla alla Germania in un’unica entità, ricostituendo di fatto, e non solo a parole l’Impero.
Questi imperatori, per assicurarsi una solida e fedele base, avevano preso a concedere vasti feudi ai vescovi. Non solo: avevano addirittura cominciato a creare loro stessi i vescovi. Quando. uno di questi, feudatario imperiale, moriva, l’imperatore tornava a disporre liberamente del feudo che concedeva poi a un suo guerriero fidato, magari con moglie e figli. Questo, per essere feudatario in un vescovato, veniva dall’imperatore nominato vescovo e al papa non restava che consacrarlo.
Papa Gregorio VII, nel 1075, per porre fine a questo andazzo (che avrebbe finito per portare alla elezione dei soli papi graditi all’ imperatore) stabilì che l’ imperatore poteva concedere un feudo a un vescovo ma solo nel caso che il vescovo fosse già stato consacrato tale dal pontefice. L’imperatore, in sostanza,poteva fare 1’« investitura laica», ma non creare un vescovo ossia 1’« investitura religiosa».
Nacque così la famosa «lotta delle investiture» che vid e l’imperatore Enrico IV, che era stato scomunicato per non aver voluto attenersi alla disposizione papale, umiliarsi ai piedi del pontefice che si trovava, in un freddo inverno sugli Appennini innevati, nel castello di Canossa, ospite della fedele contessa Matilde, feudataria di Toscana.
Ma Federico di Hohenstaufen, detto il Barbarossa, divenuto più tardi imperatore, aveva continuato tranquillamente a concedere vescovati ai laici e riprenderseli quando il papa si era rifiutato di consacrare i nuovi eletti.
Nei secoli precedenti i vescovi-conti (cioè quelli regolari consacrati prima dal papa e poi «investiti» dall’imperatore), avevano costituito la vera forza della Chiesa in tutta l’Europa. Ma gora la situazione era cambiata. Molte città erano risorte con l’aiuto dei vescovi, i quali in gran parte erano ora creature dell’imperatore per cui questi si sentivano soggetti a lui e non al papato. Le città italiane, in particolare, con l’avvento dei liberi Comuni, avevano finito per mettersi contro i vescovi riuscendo quasi dappertutto a sottrarsi alla loro autorità.
Il compito dei pontefici, assai arduo, era dunque quello di trarre dalla loro parte le città. Ma questo era anche il compito del Barbarossa, preso anche lui dal «mal d’Italia» (come lo avrebbero preso poi tutti gli imperatori della sua casa fino all’ultimo, quel Manfredi, che finì per sentirsi più italiano che tedesco, e che forse sarebbe riuscito nell’intento di unificare il Paese se non avesse urtato nell’irriducibile opposizione del papato). Il Barbarossa, però, non aveva valutato appieno la nuova realtà che era maturata in Italia con ì Comuni. Era disposto,sì, a riconoscere l’esistenza delle città ma pretendeva che queste si dichiarassero soggette all’imperatore, come i feudi dell’antico impero di Carlo Magno e come aveva fatto egli stesso in Germania. Tutto questo però era inaccettabile.
Il rifiuto provocò le sue ire che iniziarono con la devastazione del territorio di Milano; che proseguirono poi con molte guerre che provocarono il famoso «giuramento di Pontida» dei Comuni lombardi; assedi, vittorie e sconfitte varie. Quel periodo fu caratterizzato, dunque, da grandi violenze, confusione,instabilità. A dimostrazione di quanto la situazione fosse confusa e fluida, va detto che lo stesso papa, che in un pizimo momento si era rifiutato di incoronare imperatore il Barbarossa e che, anzi, lo aveva scomunicato, si era visto costretto a chiedere il suo aiuto perché aveva perduto le redini della città di Roma. Era accaduto, infatti, che Arnaldo da Brescia, un fiero e austero monaco che era stato scacciato dalla sua città per le. sue dottrine, secondo le quali la Chiesa non doveva avere uno stato terreno ma doveva essere povera e pura di costumi come lo erano stati gli Apostoli, era riuscito, con le sue prediche focose e irruenti, a sollevare il popolo e il Comune romano contro di lui. E il Barbarossa, dopo essere stato incoronato, a Pavia red’Italia, e, arrivato a Roma, fatto arrestare e impiccare Arnaldo, venne incoronato imperatore da papa Adriano IV.
A complicare ulteriormente le cose, i Comuni si erano poi anche divisi fra loro perché quelli più grossi cercavano di imporre la loro supremazia sugli altri, più piccoli e deboli. Milano, ad esempio, dominava Como, Pavia, Lodi e Cremona le quali pur di scuotere il giogo, che pare fosse stato molto pesante, si sarebbero date anche al diavolo, cioè all’imperatore.
E così si formarono i due grandi partiti che furono i protagonisti della scena di quei secoli: il partito Guelfo e il partito Ghibellino. Il primo prese il nome da Welf che era il nom e dei feudatari tedeschi contrari alla casa degli Hohenstaufen; il secondo dai sostenitori di quella casa che erano detti Weiblingen (anche in Germania le cose non andavano lisce). In Italia, dunque’, si ebbero le città Guelfe, contrarie all’imperatore e,perciò, quasi sempre appoggiate al papato, e le città Ghibellin e che parteggiavano per l’Impero. Erano guelfe: Firenze, Bologna, Milano, Bergamo, Alessandria ed altre. Ghibelline, invece,furono Pisa, Lucca (che poi aderì alla Lega Guelfa Toscana),Siena, Pavia, Lodi, ecc.
Ci auguriamo che questa chiacchierata, che può apparire lunga ma che in realtà è molto, molto sintetica in confronto alla vastità dell’argomento, sia stata sufficiente a rendere almeno un’idea, anche se vaga, del mondo dell’epoca.