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X - IL FEUDALESIMO

La mattina di Natale del 799, nella Basilica di San Pietro, a Roma, molto più modesta di quella di oggi, affollata e risplendente di centinaia di candele, con una fastosa cerimonia, il papa Leone III proclama Carlo Magno, Imperatore dei Romani. Nasce ufficialmente il Sacro Romano Impero.

Carlo Magno, per amministrare il suo immenso impero codificò l’ordinamento feudale che, come abbiamo visto, era già iniziato praticamente con la dominazione longobarda e sul quale sarebbe fiorita fra poco la prima civiltà medioevale. Egli affidò i territori conquistati ai suoi generali più fidati e più valorosi che dovevano governare in suo nome. Permise loro di comportarsi come principi indipendenti con diritto di esigere tasse, amministrare la giustizia, comandare l’esercito e col diritto altresì ad una quantità fissa dei prodotti della terra. Da parte loro questi governatori, come contropartita, si riconoscevano soggetti all’imperatore, pronti a combattere al suo. fianco con i loro eserciti. I territori così governati erano detti «Feudi» (territori dati sulla fede) i Governatori furono chiamati «Feudatari».

Morto Carlo Magno, che in vita aveva saputo mantenere l’unità, per le continue e aspre lotte fra i suoi successori, l’impero cominciò a sfaldarsi e, piano piano, quei governatori presero a comportarsi come sovrani autonomi arrpgandosi il diritto di successione per i loro discendenti.

Quei governatori, a loro volta, per amministrare i territori loro assegnati, avevano nominato («investito») una moltitudine di «vassalli» scelti fra i fedeli, assegnando a ciascuno un distretto composto di un certo numero di poderi. I vassalli vivevano nei castelli, come abbiamo visto, al centro delle loro terre e qualche volta venivano in lotta fra loro, cercando di estendere il loro dominio e di rendersi sempre più indipendenti.

Questi signori, in virtù del potere assoluto che loro derivava dal rappresentare il grande feudatario, il quale, a sua volta,rappresentava l’autorità imperiale, avevano o si prendevano il diritto di interferire nella vita privata dei contadini e della gente del borgo che sorgeva intorno al castello. Le angherie e i soprusi che ne derivavano non facevano meraviglia. I contadini dovevano consegnare al castellano una parte dei loro raccolti (inizialmente un terzo), mentre coloro che non vivevano di agricoltura, i borghigiani (ad esempio gli artigiani), dovevano pagare un terzo del loro reddito in denaro. Questi ultimi, inoltre, avevano l’obbligo di fornire alloggio gratuito agli ospiti del Signore, quando il castello era completamente occupato. In cambio il castellano difendeva questa gente in caso di guerra e in occasione delle frequenti scorrerie dei predoni, accogliendola dentro le mura del castello anche con tutto il bestiame laddove era possibile.

Il castello incuteva rispetto e infondeva fiducia. Tutti prestavano la loro opera per la manutenzione e la difesa cercando di starci vicino e di tenersi amico il padrone, anche se talvolta era esoso con le sue imposizioni. In questo clima era abbastanza frequente il caso di qualche libero contadino che offriva la sua proprietà al feudatario pur di essere protetto e di venire ad abitare nei pressi del castello.

E fu in questi secoli, in questo clima, che si crearono le grandi proprietà laiche ed ecclesiastiche. La Mensa Vescovile di Volterra, ad esempio, fu una fra le più ricche, perché quella città fu tra le prime in Toscana a riconoscere l’autorità di Carlo Magno ed ebbe dall’imperatore stesso un diploma d’investitura feudale. Che questa città fosse tenuta in gran conto dai grandi feudatari di Toscana, devoti al papato, si ha conferma dalla visita che vi fece la potente contessa Matilde di Canossa nel 1078. In cambio della festosa accoglienza riservata a lei e al suo seguito, ella riconfermò solennemente, con apposito atto, al vescovo e alla chiesa di Volterra, tutti i privilegi di cui già beneficiavano.

Ma il Vescovo di Lucca, città che fu capitale del Ducato di Toscana e che continuava ad esserne la più importante, era il più potente. Pensate che la sua giurisdizione si spingeva fino a Castellina Marittima. In val d’Era il confine fra la diocesi di Lucca e quella di Volterra correva fra questi due gruppi di paesi: Capannoli, Santo Pietro, Pieve di Padule e Palaia da una parte e Chianni, Morrona, Terricciola, Peccioli, Montefoscoli e Toiano dall’altra.

Intanto, però, Pisa si era già fatta avanti. Dalla sua primitiva, piccola autonomia amministrativa, concessale dai Romani, era giunta, con una sapiente politica, grazie alle sue imprese marinare in Oriente, ad una vera e propria autonomia. Nel 1081 l’imperatore Enrico IV, che si trovava a Pisa in cerca di un partito filo-imperiale, concesse ai Pisani un diploma nel quale riconosceva implicitamente l’autonomia della città. Fu una concessione più che altro formale dal momento che in realtà i diritti dell’impero in pratica non esistevano quasi più. La città si avviava, perciò, alla completa indipendenza politica e a diventare una vera e propria Repubblica con mire di espansione del suo retroterra fino a Peccioli e fin sotto Volterra.

L’autorità dell’Impero veniva minata dalla sete di potere di questi potentati laici ed ecclesiastici, questi ultimi incoraggiati dal papato che ambiva alla supremazia. Alle lotte che si accendevano più o meno vivaci fra questi, e che si potevano anche capire, si aggiungevano anche quelle che sorgevano fra gli stessi potentati ecclesiastici, e queste non si potevano spiegare se non con l’interesse personale. E il castello di Peccioli, ad esempio, che si trovava al confine fra le due diocesi, fu oggetto di numerose contese fra il Vescovo di Volterra e quello di Lucca.

Il Sacro Romano Impero, creato da Carlo Magno, si era quindi ridotto a una entità che continuava ad esistere in pratica solo nel nome perché il feudalesimo aveva originato quell’autentica inflazione di staterelli e potentati che fu, forse, una delle maggiori cause che hanno afflitto l’Italia fino quasi ai nostri giorni.

Sulle vicende del castello di Peccioli e del suo borgo in questa epoca feudale, sappiamo molto poco. Non per niente quell’epoca è stata definita, con felice espressione, «dei secoli bui». Un documento ci informa che nel 1061 un certo marchese Alberto, di origine longobarda, figlio di Opizzo, che abitava in Casalmaggiore di Lombardia, fece dono alla Badia di Poggibonsi di alcuni appezzamenti di terreni che egli possedeva in val d’Era presso Capannoli, Forcoli e Peccioli.

Nel 1115, Signori di Peccioli erano i Da Catignano. È di questo anno un atto col quale i predetti signori vendettero il castello e i loro privilegi al Vescovo di Volterra. Sarebbe interessante sapere come fu che si trovarono ad essere proprietari di Peccioli. Essi provenivano da Catignano, un borgo del quale si è perso traccia e che si trovava nel valloncello del Roglio al confine fra le diocesi di Volterra e di Lucca, fra Peccioli e Montefoscoli..

Questo documento è importante perché è il primo che riguarda direttamente il nostro paese che come abbiamo visto fu «venduto», così come un semplice pezzo di terra, con dentro i nostri poveri antenati che non potevano dire neanche una parola in proposito, trasferiti come oggetti da un padrone all’altro.

Altri atti furono scritti in Peccioli: uno del 1128, uno del 1134, un altro del 1152, ma nessuno di questi riguarda direttamente la nostra terra, ad eccezione dell’ultimo che potrebbe far supporre, (ma sembra dubbio) che a Peccioli, per via di una complicata parentela, avesse qualche privilegio la famiglia dei Della Gherardesca che era fra le più importanti, forse la più potente, fra le famiglie che governavano a Pisa.