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III - LA PIEVE

Nell’alto Medio Evo, nel periodo che andiamo esaminando, ogni forma di attività, anche quelle che non avevano a che fare con la fede e con i riti religiosi, faceva capo alla pieve. Perciò la chiave per leggere nelle pagine sbiadite del «libro dell e origini di Peccioli», va ricercata nella sfera di questa antichissima istituzione che era, insieme, il centro religioso e il centro della vita civile. È necessario, quindi, parlare brevemente, per linee generali, della sua struttura.

La Pieve (da «plebs», nel significato di distretto, comunità) si riallacciava alle prime istituzioni romano-cristiane e la suagiurisdizione corrispondeva molto probabilmente alle antiche circoscrizioni «pagensi italiche». Nella antica Roma, per fini organizzativi, i distretti erano chiamati Pagi. Al Pago, come abbiamo detto, subentrò la Pieve che era la chiesa battesimale,cioè la chiesa principale, matrice di tutte le altre chiese e cappelle minori che erano sparse nel territorio di sua competenza. La sede della Pieve, che era detta anche «la chiesa madre», sorgeva pressappoco al centro della circoscrizione. Era costituita,di solito, dalla chiesa, dall’abitazione del pievano e dal collegio dei chierici.

L’istituzione plebana era diffusa nell’Italia centrale e settentrionale, mentre in quella meridionale esisteva l’organizzazione parrocchiale, che era anch’essa battesimale.

Per quanto riguarda l’ordinamento, la Pieve era organizzata con presbiteri di chierici e le linee generali della sua costituzione furono la forma congregata e collegiale del sacerdozio plebano, l’ordinamento capitolare del suo potere statuente,la forma condominiale dei beni. Tuttavia nella Pieve il parroco o arciprete, cioè il plebano o pievano, era uno solo e aveva prerogative da monarca; aveva giurisdizione su tutto o quasi tutto l’alto clero e le maggiori chiese del distretto.

La Pieve, essendo chiesa madre, aveva degli speciali privilegi come, ad esempio, il fonte battesimale e il cimitero che le altre chiese dipendenti e succursali non avevano. Da questi privilegi traeva dei benefici che, evidentemente, non dovevano essere indifferenti, dal momento che questo fu uno dei più importanti motivi di opposizione all’autonomia delle altre chiese.

Questa, in generale, era all’origine la struttura delle pievi nelle nostre campagne. In epoca successiva, dopo che nel corso dei tempi anche i più piccoli centri, specialmente in Toscana, si erano dati le loro chiese o cappelle che erano, tuttavia, allo stato di succursale, si cominciò a chiedere che le chiese stesse fossero elevate a chiese autonome. Accadeva, infatti, che centri abitati che erano sorti o cresciuti, ad esempio, all’estremo limite del territorio di competenza di una determinata pieve, avvertissero la necessità dell’istituzione di una pieve nel centro stesso o, quanto meno, di una parrocchia autonoma, con le prerogative e con tutti i servizi. della pieve, onde evitare di doversi recare, per ogni necessità, alla primitiva pieve che era situata lontano, spesso in aperta campagna. Il moto di emancipazione di quelle cappelle succursali che incontrò peraltro notevole resistenza e provocò anche lotte abbastanza vivaci. avvenne in tempi diversi, a seconda dei territori. In alcune zone si può dire che cominciasse nel periodo carolingio, in altre in quello precarolingio e in altre ancora nel periodo comunale.

La progressiva elevazione di queste chiese a chiese autonome, con tutti i privilegi che avevano le pievi, provocò, com’era naturale, la graduale decadenza e poi la scomparsa definitivadelle pievi stesse. Con l’ampliarsi dei domini fondiari, con l’affermarsi della società feudale e col sorgere dei comuni, si spens e la vita in comune, congregata o collegiale dei chierici.

Alla primitiva organizzazione corporativa e unitaria della pieve subentrò, pertanto, nel corso del secolo XV, quella avente a base la parrocchia che sarà ufficialmente sanzionata dal Concilio di Trento.