XVI - IL GRANDE CASTELLO¶
Nel corso dei secoli il castello di Peccioli, con questo o con quel padrone, venne via via ampliato e rafforzato. Come abbiamo visto dalle cronache del fattod’arme del 1163, protagonista il nostro sfortunato Giovanni Borgherucci, esso ebbe un ragguardevole miglioramento nelle fortificazioni, con la chiusura del borgo, oltre naturalmente alla rocca situata sul poggio della «castellaccia», entro una prima cinta muraria.
Non abbiamo, purtroppo, elementi per indicare il tracciato e la consistenza di questa cinta. È lecito ritenere che la parte sud non vi fosse compresa perché la Pieve, come tutte le chies e in genere, doveva restare al di fuori delle mura per esser e pronta, in caso di guerra o di assedio, ad accogliere i fedeli, i contadini, che abitavano nell’aperta campagna.
È nel XIV secolo che il castello assume le modifiche e gli ampliamenti più importanti, così come ancora oggi, con un po’ dí pazienza, non è difficile vedere nonostante i notevoli smantellamenti che si sono succeduti da allora sia per l’ imposizione dei vincitori, sia — dobbiamo pur dirlo — per la deplorevole mancanza di rispetto per la storia. Queste nuove fortificazioni sono state attribuite a Castruccio Castracani, famoso quanto valoroso condottiero lucchese, durante il breve periodo nel quale fu Signore di Pisa.
Sul poggio della «Castellaccia» venne ricostruita la rocca, forse sulle stesse fondamenta dell’altra che i Pisani stessi avevano fatto abbattere due secoli prima. La formavano due imponenti torrioni in cotto, a pianta quadra, che erano collegati tra loro da un ponte anch’esso in muratura.
Qui apriamo una parentesi. Il Tronci e il Targioni Tozzetti, hanno descritto la rocca negli stessi termini nostri. A questo proposito, per pura curiosità, dobbiamo dire che sul frontespizio di una preziosa raccolta in pergamena di Statuti, le leggi comunali, del 1525, conservata nell’archivio del nostro comune,; c’è un piccolo disegno sotto al quale è la scritta: «Stemma del Comune». In esso sono rappresentate due torri collegate.da. un ponte (ad arcata). Quel frontespizio, per il tipo di carta (pergamena estremamente consunta, sporca e mutilata dall’uso, diversa’e più vecchia di quella degli «statuti») genera il sospetto,inserito in quel volume, senza altre scritte, al momento in cui gli Statuti stessi vennero rilegati, che sia di epoca molto anteriore agli Statuti.
Ebbene: se quello stemma ha preso origine, com’è probabile, dalla rocca, bisognerebbe dire’che i torrioni non erano a pianta quadra ma circolare. In quel disegno, infatti, sono rappresentati, inequivocabilmente, a pianta rotonda. Rotonde o quadre, dunque? È estremamente difficile, se non impossibile, oggi,ritrovarne le tracce perché quando furono abbattute, vi’ furono’fatte nuove costruzioni e’i resti finirono sepolti. Possiamo dire soltanto che il Tronci scrisse le sue «storie» nel’ XVIII secolo; che il Targioni-Tozzetti fece i suoi «viaggi» nel XVIII secolo e che il nostro disegno è, invece, del XVI secolo, anteriore al 1525: più vicino, cioè, all’epoca della costruzione. Noi, personalmente, però riteniamo che i torrioni fossero in realtà a pianta quadra perché nel XIII secolo si usava generalmente quella forma. Chiudiamo la parentesi.
Il maniero si presentava sulla vetta veramente imponente e inaccessibile. Il borgo, che in tutti quegli anni si era sviluppato notevolmente intorno alla rocca da ogni lato, venne chiuso in una più grande cinta di mura che per l’ampiezza, per la solidità e per l’attrezzatura di difesa, non poteva non incuter e rispetto. Fu in quella occasione che la Pieve di San Verano venne compresa’ entro le mura con un provvedimento dettato’ evidentemente da necessità perché il borgo si era sviluppato anche dalla parte sud.
La cinta era ripartita in «cortine» delimitate da torri a pianta quadra, agli angoli, e a pianta rotonda, leggermente più piccole, lungo il corso delle cortine stesse. La porta pisana, contrariamente a quello che si è sempre creduto, con tutta probabilità, non era in quel vicolo detto oggi comunemente il «chiasso delle monache», ma più in basso. Quel «chiasso» che, tra l’altro non presenta tracce di porta come invece le presenta, evidenti, la porta volterrana, non era altro che un «camminamento» lungo le mura che proseguivanod a quel troncone che vi è rimasto (che senso avrebbe, altrimenti,questo troncone?) fino alla porta che, come abbiamo detto, era più giù.
Conforta questa tesi un fatto, secondo noi, importante. L’antica strada medioevale che proveniva dal piano de «La Bianca»,e cioè dalla via di Gello e quindi da Pisa, seguiva lo stesso tracciato dell’attuale via dei Cappuccini. Ora, siccome sappiamo ch e anticamente (prima della costruzione delle mura di cui parliamo) le strade in genere portavano alle chiese, che erano il vero centro dei borghi, quella via dei Cappuccini proseguiva certament e verso la chiesa di San. Verano (la cui facciata, non dimentichiamolo, è dalla parte di ponente) seguendo lo stesso tracciato dell’attuale via Borgheruccì. E lo seguiva direttamente attraversando (cioè tagliandola), senza compiere alcuna deviazione, la sede dell’attuale «via nuova» (via Mazzini) che a quel tempo, ovviamente, non esisteva, come non esisteva nulla di tutti quei fabbricati piccoli e grossi che si vedono oggi, sia in quella zona, sia a valle della stessa via Borgherucci.
La porta pisana venne, perciò, costruita in corrispondenza di quella strada la cui sede, forse, invadeva l’ immediato davanti dell’attuale casa Burgalassi, la scorciatoia con la scaletta e part e dell’attuale fabbricato Marinari. Ed è verosimile che la porta fosse in quel punto, o giù di lì, anche per l’immediata vicinanza della torre d’angolo che venne abbattuta nel 1872 in occasion e della costruzione della «via nuova», dalla quale era possibile controllarla e difenderla dagli attacchi degli eventuali assedianti.
L’arco della porta volterrana è invece visibile ancora oggi,in tutta l’antica solidità, a metà dell’attuale via Carraia dalla quale per lo più accedevano al castello i carriaggi: da qui appunto, il nome che assunse in seguito. Da questa porta si raggiungeva la strada per Volterra, Siena e Roma. A questo punto ci piace aprire un’altra brevissima parentesi per raccontare ch e in un’antica lettera rintracciata nell’archivio di un convento di Pisa, un frate di Siena, autore di quella missiva, invitava un suo confratello, che da Pisa doveva raggiungerlo, a non passare da Peccioli perché, diceva, gli avevano fatto pagare un «pedaggio» molto salato. Chiudiamo la parentesi.
A ridosso della porto volterrana è ancora visibile la torre di guardia, a pianta quadra, trasformata in abitazione, e il camminamento che oggi viene chiamato via Bastioni. Esso prosegue,. quasi diritto, con passaggi sotto le postazioni di difesa, per tutto, il fronte orientale fino alle ultime tracce di quella torretta, rotonda, detta «dell’amicone», abbattuta di recente perché pericolante e che si presentava ancora in buone. condizioni, anche se deturpata in alto. Da questa le mura proseguivano fino alla torre dell’angolo, a pianta quadra, in via Corbiano, ridotta anche questa ad abitazione, la quale, con un po’ di pazienza, è. possibile rinvenire dalla sottostante piazza del Carmine, fra la selva di case e casette che le sono sorte intorno, quasi soffocandola. Questa torre si collegava, quindi, con l’altra della stessa forma quadra, che è all’angolo del palazzo della Fondazione Gaslini, formando così la cortina di difesa dalla parte dell’attuale piazza del Carmine che è comunemente detta «il fosso» (anticamente pare ci fosse un fosso nel quale si raccoglievano le acque piovane che scendevano dal castello e dal poggio della rocca).
Dalla torre Gaslini le mura continuavano parallelamente, al breve tratto di via del Carmine, sepolte oggi sotto il palazzo Gaslini, fino all’inizio delle attuali via Marconi e via Matteotti. Da qui, con un angolo esterno, proseguivano a occidente, discendendo con pendenza alquanto accentuata, lungo l’attuale «chiasso delle monache», per finire più M. basso fino alla porta pisana che si trovava nel punto che prima abbiamo ampiamente descritto.
Dalla porta pisana fino alla.torre della «via nuova», più .volte rammentata, il passo era breve, forse inesistente. Da questa, con un’altra lunga cortina (praticamente tutta l’attuale via Borgherucci) le mura raggiungevano quella torretta sotto la chiesa della quale, fortunatamente qualche cosa è ,rimasto. Ai piani superiori di questa torretta si accedeva dal fabbricato, dove cer
tamente era un corpo di guardia, che è subito al’ di là del «camminamento», mediante un soprapassaggio che è tuttora in buono stato di conservazione. Da qui si proseguiva, con altra ampia cortina, fino oltre quel fabbricato detto il «caffehaus». I resti di queste mura, solide e spesse, si vedono ancora subito sotto l’attuale parapetto. Anche qui c’era una torre a pianta quadra le cui fondamenta sono scomparse sotto il terreno franoso. Da questa torre la cinta risaliva, quindi, verso nord con un tracciato che oggi è molto difficile rilevare a causa delle abitazioni che sono sorte in quella zona, ma che si pùò presumere corresse lungo l’attuale via Monsavino da dove ripiegavano per fermarsi in un punto che si trova ad una quindicina di metri circa,a partire dalla Piazza Monsavino, in vicolo Grotticella. Da questo punto le mura, con un angolo, andavano ad affacciarsi in via Carraia, ad una decina di metri a sud della porta volterrana e si ricollegavano con questa mediante una breve cortina da cui, per essere disposta di fianco, poteva essere sorvegliata e difesa. Sopra questa cortina e sopra la stessa porta volterrana vennero, poi, costruite abitazioni.
Questa era la cinta di mura la cui lunghezza si può -tranquillamente valutare sul chilometro e mezzo. Quando si pensa che alcuni celebri castelli, come quello di Montagnana in provincia di Padova, avevano una cinta di quasi due chilometri,bisogna dire che anche il nostro castello non era certamente trascurabile. Ed è un vero peccato che la sorte, gli uomini e il tempo l’abbiano distrutto perché avremmo visto che era stato costruito con le tecniche più avanzate dell’epoca che erano il frutto delle esperienze acquisite nelle Crociate dove i Pisani erano stati spesso i protagonisti. La scarpatura alla base delle torri,che dava la possibilità di eliminare angoli morti non raggiungibili dal tiro dei difensori, ne è un esempio, come pure le bass e e strette feritoie del «chiasso delle monache», che permettevano un tiro radente con l’arco e la balestra sul nemico che fosse riuscito ad avvicinarsi. E forse non mancavano neanche le «bertesche», specie in corrispondenza delle porte.
Altro elemento di primaria importanza era che, praticamente,da ogni parte, da nord come da sud, da oriente come da occidente, le mura erano raggiungibili solo dopo aver scalato delle scarpate di terreno che talvolta erano veramente ripide e si dipartivano da brevi, ma profonde valli. Con questa. po’ po’ di cinta muraria, con le sue numerose torri e con quei due possenti torrioni sulla vetta, il castello di Peccioli, in quel secolo XIV,venne giustamente definito il più temibile e il più inespugnabile di tutta la val d’Era.