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XVIII - LA RICONQUISTA PISANA

I Fiorentini, nella loro lotta contro Pisa, coscienti dell’importanza strategica del castello di Peccioli dal quale si poteva dominare tutta la val d’Era praticamente fino all’Arno, decisero di tenerselo come importante base per il definitivo attacco alla Repubblica Pisana che, prima o poi, sarebbe avvenuto. Stanziarono perciò i fondi necessari per la ricostruzione del torrion e e delle mura della rocca che avevano abbattuto e stabilirono, intanto, in previsione appunto dell’attacco, di collocarvi grandi riserve di viveri necéssari agli eserciti. Questi, data l’ampiezza del castello, avrebbero anche potuto stanziarvicisi per lungo tempo. A sovrintendere a tutta questa organizzazione vi mandarono un podestà nella persona di Piero di Donato Canigiani.

Accaddero però dei fatti che guastarono i piani Fiorentini. Il Capitano Ridolfo da Camerino, dopo aver preso Peccioli, conquistò anche i castelli di Montecchio, Laiatico, Toiano e Montefoscoli., Si recò quindi a Fabbrica che gli si dette spontaneamente e dove si trattenne alcuni giorni. Alcune centinaia di cavalieri ritornarono in quel frattempo a Fabbrica dalla Maremma dove erano stati mandati a far preda. Oltre al bestiame razziato, portarono anche il Vicario di Piombino, che era sotto il dominio di Pisa, con la sua famiglia, che avevano fatto prigioniero. Il capitano Ridolfo divise la preda con la sua masnada ma sembra che si appropriasse più di quanto gli spettava. Ora bisogna sapere che durante l’assedio di Peccioli quei soldati avevano chiesto a Firenze una paga doppia minacciando di abbandonare da tenzone Firenze allora promise, ma ora non voleva saperne di allargare la borsa. Così, un po’ per questo e un po’ per colpa di capitan Ridolfo, alcuni capitani stranieri mercenari lasciarono l’esercito fiorentino insieme ai loro compagni d’armi e formarono una nuova «compagnia di ventura» detta del «cappelletto» (l’ammutinamento fu deciso durante una riunione avvenuta intorno a una lancia, infissa nel terreno, in cima alla quale era stato posto un cappello) che ben presto si rese tristemente famosa. Dopo aver imperversato in vald’Era, dove seminò lutti e terrore, la «compagnia del cappelletto» si trasferì nell’aretino da dove ritornò con forze raddoppiate, finché non si fermò nel territorio di San Miniato mettendo in serio pericolo l’integrità dello stato Fiorentino.

Il Capitano Ridolfo Verani da Camerino fu chiamato da Firenze a spostarsi verso San Miniato. Egli lasciò appositi presidi a guardia dei castelli di val d’Era conquistati e partì.

I Pisani, rimessisi dalle precedenti sconfitte, assoldarono an.ch’essi delle compagnie di ventura, fra cui la famosa - «compagnia bianca» composta in prevalenza di inglesi (che più tardi,notevolmente rafforzata fu comandata dal valoroso quanto crudele Giovanni Acuto).

Approfittando della partenza di capitan Ridolfo essi poterono così riconquistare nel 1362 il castello di Laiatico dove «tagliarono a pezzi il presidio fiorentino». Questo fatto atterrì molti Pecciolesi e Ghizzanesi i quali, temendo di venire duramente puniti dai Pisani quando questi fossero tornati a riconquistare i loro castelli, per essersi arresi con troppa facilità all’esercito fiorentino, abbandonarono le loro case. Tuttavia il castello di Peccioli resistette.

Fu con la pace del 28 agosto 1364 che Peccioli, con tutta la val d’Era, ritornò nelle mani di Pisa. In quell’anno le truppe pisane al comando di Manetto da Jesi, proprio sotto il castello di Peccioli, sconfissero duramente un esercito di Firenze.

Ma quella fu una pace che non ebbe né vinti né vincitori perché se Pisa in una zona aveva vinto una battaglia, Firenz e aveva vinto in un’altra. La realtà vedeva un costante progressivo aumento della potenza di Firenze in Toscana. Volterra, nella quale il Comune aveva finito col,prevalere sulla potenza dei vescovi, dopo certe poco pulite e fallilte manovre in favore di Pisa, si era posta quasi passivamente, come per pigrizia, sotto l’egemonia del crescente stato fiorentino.

A tutto questo faceva riscontro il declino di Pisa, stremata e impoverita anche dalla inattività del suo porto.