DAL MANFANO AL RUBINETTO¶
«Manfano» è parola del vernacolo pisano, caduta un po’ in disuso, come tanti termini vernacoli. Veniva usato come sinonimo di grande, di campione, di forte.
Quando il Sabatini, da dilettante (i meno giovani lo ricor dano certamente) vinceva quasi tutte le corse ciclistiche, i suoi tifosi gli gridavano: «Sei un manfano!».
Quella parola, da noi, si usava per definire un famoso aggeggio. «Manf ano», infatti, veniva chiamato quel «coso» strano,di ferro quadro, lungo un paio di metri, pesante, che faceva da manovella per pompare l’acqua delle cisterne pubbliche della piazza del Popolo (a ridosso della colonna del loggiato, all’angolo fra la piazza e via Matteotti) e della piazza Domenico da Peccioli (a ridosso del muretto — all’inizio — che una volta sosteneva il loggiato).
Per i Pecciolesi, nati durante e dopo gli anni Trenta, questo oggetto non ha alcun significato perché hanno avuto la fortuna di venire al mondo senza conoscere i disagi della assoluta mancanza di acqua in un paese grande e intensamente popolato come è sempre stato il nostro. E siamo convinti che se anche raccontassimo questi disagi fino nei più piccoli particolari, essi non riusciranno mai a comprenderli abbastanza. Bisogna aver vissuto quell’epoca per apprezzare nella giusta misura l’utilità dell’acquedotto. Per apprezzare il «rubinetto», insomma, bisogna aver conosciuto il «manfano».
Pensate: in quei tempi, nei quali per molte famiglie, già il problema del mangiare si presentava drammatico e implacabil e tutti i giorni, per mancanza di industrie e di lavori in genere, (erano i tempi precedenti e susseguenti la grande crisi economica del‘29 che travolse il mondo intero, quando in Italia vi erano circa 1.200.000 di disoccupati), c’era anche, altrettanto drammatico e implacabile, il giornaliero problema dell’acqua.
Quando si sapeva che l’indomani ci sarebbe stata la distribuzione dell’acqua dalle cisterne (la distribuzione non c’era tutti i giorni: l’acqua si esauriva presto, specialmented’estate) le nostre donne portavano i loro recipienti (le famose mezzine di rame, pentole e ciottolid’ogni genere) alla pompa, alcune fin dalle ore piccole del mattino, le due o le tre di notte, per esser e le prime, alle sette o alle otto, quando iniziava la distribuzione. A quell’ora la fila dei recipienti si era fatta lunghissima, fitta fitta, dalla pompa vicino all’angolo della chiesa, in piazza, fino alla scalinata, laggiù presso la bottega del «corbellaio»; con le donne assillate dal timore di fâr tardi per la colazione ai propri uomini che fin dall’alba erano sui campi; in attesa sfibrante da ore, magari sedute su una seggiolina portata da casa, intente a far la calza, con un occhio ai ferri e con l’altro alle mezzine,spesso con i nervi a fior di pelle, perché qualcuno tentava di fare il furbo passando avanti a qualche distratto (e qualche volta scoppiava una vera e propria battaglia a colpi di mezzina).
Poi, finalmente, delle voci: «Eccola! Ecco la guardia!» E la guardia arrivava, con un passo che sembrava di una lentezza esasperante, apriva il magazzino del Comune e tirava fuori il tanto sospirato «manfano»! E sotto gli occhi attenti di tutti,come in rito sacro, andava ad inserirlo nell’apposito attacco nel casotto della pompa. La lunga fila allora si animava. Cominciava la distribuzione con una reazione pressoché uguale per tutti. Il cigolio monotono, sempre uguale, del manfano; che ognuno azionava da sé, si confondeva col vocio nervoso e impaziente delle donne e coll’acciottolio del movimento dei recipienti ch e avanzavano a passettini, piccoli piccoli, sì che di fondo, per arrivare alla pompa, occorreva l’intera mattinata. Ed era acqua piovana, che poteva servire solo per lavare i piatti o lavare la faccia !
Quando l’acqua si esauriva bisognava ricorrere altrove, raccomandarsi a qualcuno che aveva il pozzo nella chiostra di casa (ma erano pochissimi) e anche se la concedevano c’era chi lo faceva con l’aria di averti dato non due brocche d’acqua piovana, ma due brocche di prezioso «giulebbe».
Anche per bere la situazione non era meno drammatica. Bisognava andare in campagna, ai piedi della collina dove si poteva trovare acqua sorgiva. C’era anche una fontanella di proprietà comunale (vi è tutt’ora), sotto la strada dei Cappuccini,nel versante dell’Era, alla quale si accedeva da un viottolo che iniziava proprio davanti al convento delle Suore e che scendeva giù, ripido e scabroso, in mezzo ai rovi e alle ortiche, a ridosso di una parete di terra tufacea.
C’era anche un’altra fontanella di proprietà privata in «Valle Cava» o «Valiava», come si diceva in modo spiccio, nel versante opposto. E poi c’erano i pozzi dei contadini, nella campagna aperta, lontano dal paese. Per bere, dunque, di fonti pubbliche c’era soltanto quella delle «monache», alla quale in pratica, ricorreva tutto il paese.
Era un continuo andare e venire, dal paese alla fonte, lungo quel viottolo faticoso, nel fango o sotto la pioggia, d’inverno e d’estate: uno spettacolo che assomigliava al «via vai» delle formiche. Uomini e donne con due o tre fiaschi, spesso anche i bambini con il proprio fiaschetto, che talvolta rompevano quando, arrivati in cima stanchi, incespicavano.
D’estate, quando l’arsura si faceva sentire di più, la fontanella buttava meno. A riempire un fiasco occorreva un tempo interminabile: «Butta filo filo!». Era la voce che rapidamente arrivava al paese a far la disperazione delle massaie. Quando, finalmente, dopo una lunga coda, eravamo riusciti a riempire due o tre fiaschi, sotto il dardeggiare del sole, ci aspettava il viottolo ripido e 1a strada del ritorno tutta in salita. Giunti a casa, stanchi e sudati, avremmo fatto volentieri una doccia, ma cos’era una doccia!? Cosa voleva dire fare una doccia!?…
Sembra una favola, oggi, ma pure c’era gente, qualche ragazzo o qualche disoccupato, che ti portava l’acqua in casa a due soldi il fiasco! Che cosa intendiamo per due soldi? Due soldi corrispondevano alla decima parte di una lira, cioè dieci centesimi (una moneta di rame. grande pressappoco come le cinquanta lire di oggi). Ma badate, non vi ingannate: non era poco. Era molto di più delle cento lire con cui si acquista oggil un bottiglione di acqua minerale.
Negli esercizi pubblici, frequentatissimi nei giorni di festa,i bicchieri che erano serviti per la mescita del vino (che era la bevanda più consumata), per i liquori o per qualche caffè fatto col «bricco», venivano sciacquati, insieme alle mani del proprietario, in una tazzad’acqua piovana che veniva cambiata soltanto quando era diventata densa e inservibile, di un color e indescrivibile, nerastro… Non sembra una favola anche questa?
Altro problema: lavare i panni e le lenzuola. Tolto qualche famiglia che aveva un pozzo (e che teneva gelosamente chiuso ) la maggior parte delle nostre donne doveva ricorrere ai lavatoi della «fonte nova», vicino all’Era o nel fiume stesso, quando le pile erano occupate tutte. Dovevano percorrere quella stradetta lunga e accidentata, col ghiaccio d’inverno o col solleone d’estate, che arrostiva, col carico dei panni bagnati sulla testa, il cui peso era moltiplicato al ritorno, trascinando spesso, per mano anche qualche bambino…
In che modo poteva vivere ancora in queste condizioni un centro come Peccioli? Se ne erano resi conto anche gli amministratori comunali che avevano messo il problema dell’acqua in cima alla scala delle necessità.
Finalmente il Commissario prefettizio Tito Calonghi (bisognerebbe fargli un monumento!), che era stato inviato ad amministrare il Comune, in seguito ad una crisi (con il paese in quelle condizioni i nostri amministratori si trastullavano anche allora, con le crisi. È proprio un vizio congenito!), riconosciuta la drammaticità del problema, si fece letteralmente in quattro fra i meandri della burocrazia che per lui non avevano segreti,per portare a termine in breve tempo il lavoro già iniziato dall e precedenti amministrazioni.
Nel settembre 1933 avvenne l’inaugurazione dell’acquedotto che costò circa ottocento mila lire. Fu una festa grandissima che culminò nel getto potente di acqua da una vasca, che era stata provvisoriamente costruita in mezzo alla piazza, salutato da uno sventolio di bandiere, dagli inni festosi della Banda, dagli evviva delle autorità e della popolazione che si sentì, finalmente, liberata da un incubo.
Il rubinetto sostitui, così, il vecchio «manfano» che si trova tuttora, dimenticato e malinconico, in un angolo del magazzino comunale, vero «oggetto misterioso», guardato con aria interrogativa dai più giovani dipendenti del Comune.