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LO SPORT: IL CALCIO

La passione dei Pecciolesi per il gioco del calcio, risale forse al Medio Evo! Badate che non raccontiamo delle balle. Ve lo dimostriamo con documenti alla mano: «Gli Statuti», del 1030 conservati nell’archivio del nostro Comune che furono per lo più rifatti sulla scorta di altri ancor più vecchi. Gli «Statuti», come sapete, erano le leggi della Comunità del tempo. Ebbene in quella raccolta c’è un articolo che fa divieto a chiunque, per evitare danneggiamenti di «andare per li’ tetti altrui» per ricuperare le palle da gioco dei ragazzi.

Riportiamo testualmente quell’articolo perché ne vale la pena:

DELLA PENA DI CHI VA PER LI TETTI DELLE CASE D’ALTRI

Volendo provvedere alli danni che patiscono li Padroni delle case dalle persone che corrono li tetti rompono li tegoli e fanno danno assai quando per gioco di palla, quando per altre cause, come tutto giorno occorre; per quanto statuirno e ordinorno che qualunque persona arderà per li tetti delle case o logge di altri senza licentia delli Padroni, sia punito per qualunque volta in soldi dieci.

Anche in quel tempo, dunque, a Peccioli, si giocava al pallone. A parte tutto, la passione per questo gioco è stata sempre molto forte. Negli anni Venti, in piazza del Carmine, nonostante le proteste degli abitanti, si giocava a pallone anche qualche partita con squadre di altri paesi, soprattutto per stimolare le autorità a costruire quel maledetto campo sportivo che invece sarà costruito soltanto in questo dopoguerra e non ad opera del Comune, ma degli sportivi e con notevoli sacrifici. In mancanza del campo, in quel tempo, la squadra pecciolese rabberciata alla meglio (allora si chiamava «Audax»), andava a giocare quasi.sempre in trasferta a Forcoli o altrove. Chi erano i giocatori? Quei pionieri che sfidavano spesso la guardia comunale in lunghe corse per salvare il prezioso pallone, acquistato magari facendo qualche «gobbo» in famiglia. Qualche nome: Aldo Volterrani, Sergio Merlini, Aldo Pescatori, Cesare Catarzi, Ottorino Marianelli, il Fiorentini, Beppino Merlini, Tullio Marianelli…

Quando nel 1929, in piazza del Carmine, proprio davanti alla chiesa, fu innalzato il monumento ai Caduti (trasferito nel 1952.al parco della Rimembranza, in fondo alla via Carraia), fu usata per campo sportivo la «piazza nova» (piazza C. Battisti), che pur essendo di dimensioni molto piccole, neanche la metà dî un normale campo, appariva soddisfacente perché, per la sua ubicazione, non risentiva affatto del traffico e perché quattro degli alberi che la circondavano, sembravano piantati apposta per fare i «pali» delle porte. Senonché, proprio in quella piazza, c’era la bottega di Onorio Merlini, il carraio, il quale giustamente non vedeva di buon occhio, tutti i giorni, quelle squadracce che schiamazzavano e sollevavano nugoli di polvere. con danno evidente per i carri verniciati di fresco; subito sotto la piazza, al di là della strada, c’era anche la bottega di un altro falegname, Giannino Sevieri, ancor più burbero di Onorio, e più in là, la bottega di «Chiodo» (Carlo Biliotti), il fabbro, questo più ragionevole degli altri.

Quando la palla, calciata male, andava a finire dentro una di queste botteghe era una tragedia. Nessuno aveva il coraggio di andare a ricuperarla. Qualcuno, al massimo, si metteva davanti alla porta, senza pronunciare, una parola, sperando nel buon cuore di Onorio del Sevieri. Qualche volta, dopo lunghe attese silenziose e cariche di nervosismo e di mute minacce, la palla veniva ricalciata fuori di bottega da qualche apprendista appassionato di calcio, dopo un grugnito di assenso del padrone. Qualche volta, invece, accadeva che questi afferravano subito la palla e con fredda calma vi infilavano dentro, come una pugnalata, uno scalpello affilato e poi ributtatala fuori con disprezzo riprendevano il lavoro in silenzio, come se nulla fosse accaduto, Qualcuno tutt’al più azzardava due deboli parole di protesta, ma in genere quella «pugnalata» sembrava fosse stata inferta nel cuore di tutti.

Di campi sportivi, poi, se ne sono avuti diversi ma quanto sarebbe stato meglio uno soltanto ed efficiente! Poco prima dell’ultima guerra fu adattato uno spiazzo del letto dell’Era, a monte del paese e infine quello vicino al cimitero che, per la sua posizione infelice, ha sempre «mangiato» molti soldi per la manutenzione: un terreno che teneva l’acqua come se sopra ci fosse stata una lastra di gomma.

(Una volta che era piovuto, alla vigilia di una partita di campionato e si sperava che il vento asciugasse il campo, nel quale, per il fango si andava a mezza gamba, Giulio Crecchi uscì con una delle sue battute: «È più facile che da qui a domani il professor Luschi secchi un polmone, che il vento secchi il campo!»).

Ora, finalmente, sembra che il campo sportivo venga fatto come si deve, su un terreno acquistato dal Comune, nel quale dovranno sorgere anche altre attrezzature sportive.

Fu tuttavia durante l’ultima guerra del 1941, proprio su quella specie di campo, nell’Era, davanti alla centrale dell’acquedotto, che furono gettate le fondamenta più solide sulle quali, dopo, fu costruito l’edificio del nostro calcio. Fu l’ultima fase dell’epoca. pionieristica. Le vittorie, numerose, riportate da una squadretta messa su alla meglio, suscitarono nella popolazione un interesse davvero eccezionale. Erano partite amichevoli, senza interessi di classifica, ma pure richiamavano ogni domenica, sotto la calura estiva, centinaia di persone che affrontavano a piedi una strada impervia e il «renaio» arido e brullo: forse era la novità dello spettacolo, il desiderio di distrarsi, di non pensare alla guerra. A stimolare quel gruppo di giovani fu Vito Merlini, il dottore, (in quel tempo ancora studente), il quale forse avrebbe voluto giocare anche lui, ma resosi conto che la sua capacità era molto inferiore alla passione che lo animava ripiegò a fare il «trainer», incarico che assolse molto bene. In porta giocava Angiolino Ferretti, molto bravo (una volta si schiacciò il viso in tuffo contro un paletto); terzini erano invece due anziani rispetto agli altri, e che quindi sfruttavano la loro esperienza: Beppino Merlini e Ruffo Merlini e poi anche il «Sor Lino» (…Crecchi), che tutte le volte che atterrava un avversario (e lo faceva spesso), lo aiutava a rialzarsi scusandosi immancabilmente con il suo erre francese: «Regolave». Mediani laterali erano Angiolino del Corbellaio (Guiggi), Torbone (Pietro Giobbi) e anche Brandano (Renzo Fiorentini) mastini che disorientavano l’avversario e che comunque sollevavano un gran polverone. Ettore Grecchi, fratello del «Sor Lino», si faceva notare per le sue doti spiccate di classico centro mediano metodista (il «sistema» sarebbe venuto più tardi).

Al centro dell’attacco brillava Bano, dotato di un dribbling eccezionale (Tullio Sacchini) che più di una volta l’ha portato diretto fin dentro la porta avversaria; c’era il Burrino (Vasco Lupi) mezz’ala, che giocava sempre con i calzettoni a bracalone e la maglia fuori dei calzoncini (anticipava Sivori, ma solo nell’abbigliamento); poi Benito Chiarei all’ala sinistra, preciso nelle rimesse…

Dopo la bufera della guerra, fu costituita la società che si chiamò «Audace», con i colori verde-azzurro, il cui scopo principale era quello di riuscire a far costruire un vero campo, che permettesse la partecipazione a gare ufficiali.

Fu un periodo denso e sotto certi aspetti poco bello. Durante l’attività che veniva intanto continuata, accadde qualche fatto spiacevole fra i sostenitori della nostra squadra e quelli delle squadre avversarie, sia a Peccioli che fuori di Peccioli, tanto che ci venne affibbiata la etichetta di prepotenti e attaccabrighe. Ovunque il Peccioli si rechi a giocare — si diceva — accade sempre qualche cosa. Naturalmente si esagerava: quello che faceva apparire prepotenti i Pecciolesi era il fatto che essi seguivano la squadra nelle trasferte sempre in grandissimo numero e il tifo che facevano (è vero) era un po’ esuberante. Fu questo che indusse molti nell’equivoco…

Quello che accadde a Montefoscoli, però, fece sì che quell’etichetta ci venisse attaccata addosso con doppia cucitura e con colla di prima scelta. Si doveva giocare la partita di ritorno in un torneo, organizzato dal Forcoli, che doveva decidere l’eliminazione di una delle due squadre. La partita di andata a Peccioli, tirata avanti fino allo spasimo, era finita in parità: 4-4. A Montefoscoli c’era in campo fra i giocatori e fra i tifosi delle due parti (centinaia di Pecciolesi venuti con ogni mezzo, molti a piedi), un’elettricità che sarebbe stata sufficiente a illuminare a giorno una città intera. In breve: appena il Montefoscoli passò in vantaggio, allo scadere del primo tempo,si accese fra i tifosi e fra i giocatori, una tale battaglia da fare spavento. I Pecciolesi che, in un primo momento si erano ritirati sulla strada del ritorno temendo di essere stati battuti, si rifecero avanti e dopo una lotta furiosa, che in molte persone lasciò segni vistosi, costrinsero i Montefoscolesi nelle loro case. Il paese di Montefoscoli fu… occupato dai Pecciolesi.

Tempi migliori vennero più tardi, quando, finalmente costruito il campo sportivo presso il cimitero, fu possibile giocare il campionato di calcio: «Sezione Propaganda», come allora si chiamava, organizzato dalla Federazione calcistica.

La nostra squadra, rafforzata con qualche giocatore di fuori, disputò e vinse un campionato magnifico, perdendo solo la partita a La Rotta (che ci aveva «rubato» nel frattempo quella famosa etichetta), sempre alla testa della classifica, in un duello appassionante col Crespina che ci tallonò fino all’ultimo e che ci sembrava godesse dei particolari riguardi degli organizzatori e degli arbitri (allora come oggi!). Ma ogni velleità di esprimersi, fu troncata in quella memorabile partita, proprio a Crespina, in. cui il Peccioli vinse con uno schiacciante 3-1. Il ritorno a Peccioli fu di 2-0.

Marcello di Grandina (Gelici) risultò un portiere imbattibile. (A Le Capanne, dove si vinse per 3-0, parò uno dietro l’altro, due calci di rigore). Marconcini e Del Bravo (pontederesi), l’uno di movimento e l’altro di posizione, costituivano una coppia di terzini insuperabili. Al centro della mediana spiccava il solito Ettore Crecchi, vero gigante. Laterali Angiolino del Corbellaio e Scali di Montefoscoli che difficilmente abbandonavano la preda. L’attacco era guidato dal solito popolare Bano (Tullio Sacchini), vero trascinatore. All’ala destra giocava Florio Rossi, un po’ arruffone, ma spesso efficace con le sue rimesse, e a quella sinistra Mallèno (Piero Pasqualetti) livorno-pecciolese, che con i suoi bolidi, anche da metà campo, spaventava i portieri. Mezze ali, due bravi giocatori, Stacchini di Montecastello e Bolognesi di Montefoscoli. Fra le riserve ricordiamo Melomagno (Mario Riva) portiere, Santini di Montecastello ed altri fra cui il Bessi, il famoso Bessi Giovanni, un vero sportivo per la verità, il quale aveva tanta di quella voglia di giocare (e non giocava niente!) che sperava sempre in qualche febbre o azzoppata degli altri.

Se qualche volta riusciva nel suo intento, dopo la partita, durante la quale veniva ingiustamente subissato di titoli fra i più vari e pittoreschi, di vera marca pecciolese, si avvicinava a qualche amico e serio gli domandava: «Di’ la verità: ho giocato proprio male?». Dove si vede che male, sì, lo ammetteva, ma male, male, no! (Una volta a Ferrara, da militare, ebbe la faccia tosta di presentarsi a Burlando, allenatore, noto per il famoso goal di testa da 40 metri, il quale, dopo averlo osservato in campo, gli batté una mano sulla spalla, dicendogli soltanto: «Capisco, siamo un po’ a corto di allenamento… si accomodi!»).

Presidente della società in quel tempo era Ottorino Marianelli Pisseri. Membri del consiglio erano lo stesso Bessi, il povero Memmo (Guglielmo Lupi) che aveva preso l’abitudine, in quei tempi in cui il mercato nero non era completamente finito,di misurare tutto a balle di zucchero: «. Il campo sportivo ? — diceva — puntando gli indici delle mani per terra, è costato pochi chili di più di una balla di zucchero!». Inoltre vi erano il povero Baldasserini Libertario anche lui deceduto e… come segretario Zelindo Fiorentini.

Ricordiamo, infine, che nel vecchio Pisa-Sporting Club hanno giocato anche due Pecciolesi: Merlini (nipote del frate cappuccino che poi fu guardiano del convento di Peccioli, al secolo Salvatore Biliotti comunemente detto Nando della legge). Egli giocava nel ruolo. di centravanti quando il Pisa, nel primo scorcio degli anni Venti, era in serie A. Passò poi al Genoa in cambio di un impiego in quella città (allora non si parlava di acquisti a colpi di milioni!). Inoltre vi era Sicurani, negli anni sessanta, che fu capitano della squadra e che contribuì in maniera determinante a farla risorgere dal fondo delle più infime «divisioni» in cui era caduta.