XIX - DOMENICO DA PECCIOLI¶
Nato forse nel primo ventennio del XIV secolo, Salvatore,figlio di Bonaccorso di Ubaldo, quando indossò il saio assuns e il nome di Domenico. Frate Domenico da Peccioli.
Salvatore, fra i diversi figli di un certo lustro che il nostro paese ebbe in quel secolo, fu quello che raggiunse un maggior rilievo. Intelligente e versatile, acquistò una meritata fama di studioso delle varie discipline alle quali si applicò durante i suoi lunghi anni di insegnamento in molti Studi d’Italia. Egli,infatti, ha lasciato scritto sull’aritmetica, sulla geometria e perfino sulla musica. Teologo e filosofo, commentò le «epistole» di Seneca e la «Città di Dio» di Sant’Agostino. Iniziò, inoltre,la «Cronaca del convento di Santa Caterina di Pisa» che, dopo la sua morte fu continuata e completata da Frate Simone da Cascina.
La Repubblica di Pisa si servì di Frate Domenico in più occasioni come, ad esempio, quando insieme ad altri tre ambasciatori, fu mandato dall’Imperatore Carlo IV il quale, sollecitato dal papa Urbano V, stava per ritornare in Italia dove il milanese Bernabò Visconti, che da tempo aveva mire sulla Toscana, vi stava imperversando con la sua nota prepotenza.
Quando un nuovo papa saliva al Soglio, era usanza in quell’epoca, come lo è oggi del resto, che i vari stati si congratulassero con lui. Oggi con un bel telegramma l’obbligo è assolto,ma a quei tempi bisognava farlo con l’invio di appositi ambasciatori, muniti magari di sostanziosi doni. Ebbene: quando, morto Urbano V, fu eletto papa Gregogio XI (quello che nel 1377, grazie anche alla. esortazione di Santa Caterina da Siena,riportò la sede del papato da Avignone a Roma), i Pisani ricorsero ancora a Domenico il quale, alla testa di una delegazione,rese pare — un grande servizio alla Repubblica facendo comprendere al nuovo pontefice, con un forbito e ossequioso discorso, che egli poteva ripromettersi tutto dalla obbedienza e dalla fedeltà dei Pisani.
Altra opera efficacissima rese, poi, Domenico alla Repubblica quando si trovava Priore nel Convento dei Predicatori di San Romano di Lucca. In quel breve periodo di pace fra Pisa e Lucca, con abile diplomazia, riuscì ad impegnare i governi della Toscana in una lega per la sicurezza comune. La firma dell’importante trattato, che ebbe l’approvazione dell’imperatore,avvenne nello stesso convento e fu pubblicata con una grande festa.
Frate Domenico era vice priore nel convento di Santa Caterina di Pisa quando il 13 dicembre 1356, i frati nominarono «Ospedaliere di Palaia e di Peccioli» Fra Ranuccio degli Upezzinghi, (pare, infatti, che in una non bene precisata zona fra Peccioli e Palaia, nella valle del Roglio — dov’era lo scomparso villaggio di Catignano? — sia esistito un ospedale). Nel 1372 divenne Priore, carica che conservò finché visse.
Durante il suo priorato, Domenico ricevette molte donazioni a favore del convento da parte dei fedeli, fra le quali quella di terreni di proprietà di una certa Perina vedova di Domenico,figlia del fu Vanni di Orlandino da Montecchio. Altra importante donazione nel 1381. Importante per la notorietà del donatore: Piero Gambacorta (uno dei migliori uomini di governo che mai abbia avuti la Repubblica) fece dono del’monastero di San Domenico, della chiesa e dei giardino annessi, ove più tardi, ai piedi dell’altare, venne sepolta la figlia’ Chiara, suora di clausura, beatificata poi dal papa Pio VIII.
A proposito della donazione di una casa che si trovava nella parrocchia di San Biagio in Ponte, si racconta un fatto che ha del curioso e del comico. Sentite di che si tratta. Il 20 gennaio 1355, l’ Imperatore Carlo IV, in cammino verso il duomo dov e si’recava per ricevere il giuramento dei notabili della città, si trovò a passare dal «chiasso delle corna» che confinava, appunto, con la parrocchia di San Biagio.
A un certo momento, secondo quanto ci narra Ranieri Sardo, «tornò addirieto» a causa di un certo «romore» che proveniva proprio da quella chiesa. L’Imperatore, dunque, ebbe paura. Ma paura di che? Bisognerebbe sapere di che natura era quel certo «romore»…
Frate Domenico morì nel dicembre del 1408 quando ormai la Repubblica, per la quale tanto si era dato da fare, era finita sotto i colpi degli eserciti di Firenze. Morì, dice lo storico Roncioni, «non per l’età decrepita, ma dal dolore di veder nuovamente tolta la libertà alla propria patria».
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Fra le altre persone di un certo rilievo in questo secolo XIV possiamo ricordare il padre di Fra Domenico, Bonaccorso di Ubaldo che ricoprì importantissime cariche nella Repubblica: fu «Anziano» e poi «console del mare».
Altri «Anziani» furono Ser Giovanni e Ser Bartolommeo da Peccioli, che ebbero incarichi per lo stimo generale del 1388.
Pietro da Peccioli era Vicario di Lucca quando nell’aprile del 1363 quella città, con l’aiuto dell’esercito fiorentino, tentò,senza riuscirvi, di sottrarsi all’egemonia pisana.
Vi furono anche altri come Giovanni Crecchi che nel 139 9 fu mandato come ambasciatore a Pavia, con altri nobili pisani,presso il duca Gian Galeazzo Visconti che mirava all’egemonia sulla Toscana, come il suo predecessore Messer Bernabò; e Risieri da Peccioli che nel 1393 fu mandato come podestà a Santa Maria in Castello.
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Nella «Cronaca del Convento di Santa Caterina», quella stessa iniziata da Frate Domenico, troviamo nominati anche i seguenti religiosi di Peccioli: Frate Ubaldo, scrittore e vice priore nel 1286; Frate Blasio, predicatore e scienziato; Frate Bernardino, eloquente predicatore e letterato; Frate Stefano, figlio di Paolo Pieri Pierucìì, esimio oratore, e Frate Nicola Landi, letterato, da Catignano.