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IX - LA CHIESA DI SAN VERANO

La Chiesa di San Verano è situata in bella posizione, a ponente, al centro del paese, quasi sulla cima del colle, ai piedi della vetta che si eleva con una ripida impennata, sulla quale sorgeva un tempo l’antica rocca. Quando venne costruita ?

Abbiamo detto che nei primi decenni del VII secolo, quando cioè i monaci di San Colombano giunsero alla Pieve al Pino, non esisteva ancora. È da ritenere che il nucleo abitato abbia cominciato ad assumere una certa consistenza nel giro di qualche decennio a partire dall’arrivo dei monaci e che in quel secolo, forse nella seconda metà, avvertita la necessità di una chiesa sul posto, i Pecciolesi l’abbiano costruita, dedicandola probabilmente a San Verano. A questo proposito abbiamo fatto alcune indagini. Emanuele Repetti, autore del noto dizionario storico, dopo aver accennato alla cessione di un fondo situato «in loco Petiole sull’Era» (trattasi di un atto di donazione del 1061 del Marchese Alberto, figlio del Marchese Apizzo, alla Badia di Poggibonsi. Il detto Marchese, che era di origini longobarde, dominava nel contado di Capannoli pur abitando in Casalmaggiore di Lombardia. Fra i vari possessi ceduti, che si trovavano nei contadi di Lucca, Pisa e Volterra, vi erano alcuni fondi situati a Capannoli, a Forcoli, a Peccioli, ecc.), inizia l’esposizione della parte storica del Comune di Peccioli con queste testuali parole: «… Per quanto un luogo di Peccioli desse il titolo ad una chiesa nel secolo VIII, come rilevasi da una membrana del maggio 793 scritto presso la chiesa di San Quirico in Picciole (Brunetti cod. dipl.) ciò nonostante l’istoria della Terra di Peccioli non incomincia a conoscersi prima della metà del secolo XII».

Anche altri che, successivamente si sono cimentati nella ricostruzione della storia di Peccioli, non hanno tralasciato di riportare questo dato. È evidente che, riportandolo, danno credito all’opinione che nel 793 a Peccioli esisteva una chiesa dedicata a San Quirico.

Il Repetti, in altre parole, dice, infatti, che pur essendo ignote, per mancanza di documenti ai quali attingere, le vicende storiche di Peccioli fino alla metà del XII secolo, sappiamo però con certezza che nel 793 esisteva una chiesa a Peccioli, nella quale fu stilato un certo atto, e che questa era dedicata a San Quirico.

Ma vogliamo ragionarci sopra un pochino brevemente? Siamo sul finire dell’VIII secolo (793): se pensiamo che San Verano visse ben duecento anni prima e che per i suoi «miracoli» venne a lui dedicata la chiesa di Peccioli, come si fa ad ammettere che nel 793, a distanza — ripetiamo — di ben duecento anni, la chiesa fosse ancora dedicata a San Quirico? Bisogna considerare, infatti, che, per elevare una degna persona agli onori degli altari, la chiesa, in quell’epoca, non aspettava tutto quel tempo: i processi di santificazione erano molto, ma molto, sbrigativi, comunque assai più veloci di oggi e su questo non ci sono dubbi.

Quando San Verano, intorno al 590, passò da queste parti, c’era qualche casupola, sparsa qua e là, il paese stava sorgendo, non c’era ancora una chiesa. In seguito, quando il nucleo si sviluppò e gli abitanti, divenuti numerosi, sentirono il bisogno di darsi una chiesa, la costruirono e la dedicarono subito a San Verano. Non poteva esserci un San Quirico in mezzo. Di che se ne facevano i Pecciolesi di San Quirico? Essi avevano il loro Santo miracolato e appena se ne presentò l’occasione, che venne con la costruzione della chiesa, lo onorarono dedicandogli la chiesa stessa, ancora fresca di calce. E forse, anzi, la chiesa fu costruita pensando proprio a Lui, per ricordare il luogo dove avvennero i suoi «miracoli», dove forse egli col suo bastone aveva tracciato il segno di croce.

Pensare, dunque, a una chiesa di Peccioli dedicata a San Quirico, nel 793, non ci riesce proprio. È nostra convinzione che quella citata dal Repetti sia un’altra chiesa. (Forse quella di Prato d’Era, presso Volterra, dedicata a San Quirico). Inoltre è nostra opinione che tutti quelli che hanno riportato questo dato nelle loro ricostruzioni storiche di Peccioli, lo abbiano riportato, riprendendolo pari pari dal Repetti stesso, senza corredarlo di alcun commento (il che ci pare abbastanza significativo), fidando esclusivamente sulla autorità del notissimo Repetti. Quindi ritornando alla nostra chiesa, parleremo di chiesa di San Verano. Essendo la zona, come abbiamo visto, compresa nell’ambito della circoscrizione della Pieve al Pino, la chiesa era a livello di cappella dipendente o succursale della Pieve stessa.

Successivamente venne elevata a rango di Pieve. Non sappiamo quando, ma, se consideriamo che il massimo splendore della Pieve al Pino si ebbe nell’XI secolo, è da ritenere che avvenisse sul finire del secolo stesso o nei primi anni di quello successivo. Il movimento di emancipazione delle chiese succursali, infatti, anche se acquistò particolare vivacità nella seconda metà del XIII secolo, avvenne in tempi diversi e a seconda delle esigenze delle singole località, come riteniamo sia stato il caso di Peccioli. Questa ipotesi è avvalorata dal fatto che nell’XI secolo il castello di Peccioli esisteva già e che il borgo aveva raggiunto un notevole sviluppo, relativamente ai tempi, per cui si avvertiva la necessità che la chiesa fosse autonoma in modo da eliminare ai fedeli il disagio di doversi recare alla Pieve al Pino per le loro necessità che cominciavano, si può ben dire, fin dalla loro nascita essendo il fonte battesimale geloso privilegio del Pievano della Piappina.

Un altro fatto conforta poi questa ipotesi. In un elenco delle «portate» dovute alla «Mensa Vescovile Volterrana» dell’anno 1282, che è il più antico che si conosca, la Chiesa di Peccioli, menzionata come «Pieve di San Verano», è segnata per 178 barili di vino. Questa portata è di gran lunga la più grossa fra quelle comprese nell’elenco ed è inferiore soltanto (per due barili) a quella dovuta dal Monastero di San Cassiano in Carisio. È un dato, questo, a nostro parere, che sta ad indicare che il territorio soggetto alla giurisdizione della Pieve di Peccioli era molto esteso e questo fa presumere che essa «governasse», diciamo così, in quel territorio da lungo tempo, forse da quando iniziò la decadenza della Pieve al Pino. Nulla vieta di ritenere, anzi, che il motivo primo della decadenza di questa Pievé, sia proprio da ricercare nella nascita della Pieve di Peccioli che era sorta. in una zona destinata ad un notevole sviluppo.

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Ma qual era l’aspetto di questa primitiva chiesa di San Verano? Qui le cose si fanno terribilmente complicate perché le tracce delle murature sono così ingarbugliate che neanche gli esperti sono ancora riusciti a venirne a capo con certezza e a stabilire le tappe delle varie trasformazioni, nella forma e nelle dimensioni. Qúello che è certo è che aveva dimensioni assai più ridotte di quelle attuali ed era costruita in cotto. Il piano era forse più elevato di quello attuale: lo lascerebbero capire le tracce del profilo di alcuni gradini che si notano all’esterno sul retro (dalla parte della piazza). Come lunghezza arrivava forse fino all’altezza dell’attuale cappella del SS. Sacramento. Il tratto di muro che da questa cappella arriva fino alla piazza (che è attualmente privo di intonaco per eliminare una insistente umidità) è costruito a mattoni, mentre quello che dalla cappella va fino all’attuale portone principale è invece costruito in pietra. La larghezza doveva andare all’incirca, per motivi di proporzione, dal fianco di cui abbiamo parlato, fino alla metà della navata centrale o, al massimo, fino al colonnato della navata di destra. Del fianco di questa parte non c’è traccia perché evidentemente fu abbattuto allorché la chiesa venne.ampliata. È difficile immaginare quale disegno avesse la facciata. Potrebbe anche avere avuto una specie di tettoia che dava sul sagrato,digradante verso ponente.

Successivamente questa piccola chiesa venne ampliata, in relazione anche al suo nuovo rango di Pieve. Ma il migliore ampliamento o abbellimento la chiesa lo ebbe nel secolo XII.

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In Italia, come del resto dell’Europa, a partire dall’XI secolo e per tutto il periodo cosiddetto «romanico» i centri cittadini che si erano spenti nei secoli precedenti con le invasioni barbariche, risorgono e si sviluppano rigogliosamente anche in grazia dei commerci allacciati con l’oriente per merito delle Repubbliche Marinare e le loro benefiche attività si estendono alle campagne. Così anche le Pievi, costruite di solito al di fuori del castello, subiscono modifiche e ampliamenti, assumendo più nobile aspetto, specie nelle campagne dell’Italia Centrale dove si ha un particolare fervore nelle architetture religiose.

La Pieve di Peccioli non rimase estranea a questo movimento. Ad opera di artigiani padani, che risalivano la valle dell’Arno dalle colline inferiori pisane, venne rinnovata all’interno con colonnati in cotto, a tre navate, e capitelli in pietra (ungulati a destra e a foglie e volute a sinistra), che culminavano con eleganti e svelte arcate, nel bellissimo soffitto a capriate. Anche la facciata venne interamente rifatta in pietra arenaria, con cinque arcate cieche, con l’elegante bifora della marmorea colonnetta sulla cuspide, e con i caratteristici rombi dello stile romanico-pisano. Il fronte posteriore presentava un bel filaretto di arcatelle e mattoni e una coppia di rombi ai lati di due lesene.

Successivamente, nell’anno 1580, mediante aperture praticate sul fianco sinistro della chiesa, vennero aggiunte due ricche cappelle: quella del SS. Sacramento e quella della SS. M.Assunta che presenta un pregevolissimo soffitto a cassettoni in legno dorato. Altra opera pregevole in questa cappella è l’imponente banco priorale con i severi scanni dei cantori, che occupano interamente entrambi i lati e che probabilmente possono datarsi nel XVI secolo, come pure la bellissima porta di accesso alla cappella stessa.

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Purtroppo, però, all’inizio del secolo scorso, una voglia matta di ammodernamento, invasò i nostri bravi padri Pecciolesi. Nel 1821 allo scopo di abbellire la chiesa (che non ne aveva affatto bisogno) e forse anche allo scopo di renderla più funzionale rispetto all’assetto urbano del paese, cercarono di camuffare, di trasformare in facciata il fronte posteriore (che dà sulla piazza bisogna ripeterlo perché noi fin da ragazzi vi abbiamo visto invece la facciata). Per fare questo vennero ricoperti in questa parte il filaretto di mattoni, la coppia di rombi e quant’altro c’era di rilievo. Il pentagono della cuspide, formato dalla navata centrale, venne fatto scomparire mediante aggiunta di mattoni fino ai lati esterni del fabbricato in modo che la «facciata assunse la fórma di un grosso pentagono» su questo pentagono vennero aperti due orribili finestroni e vicino al campanile una piccola porta («la porticciòla», come veniva chiamata), dalla quale, per accedere alla chiesa, si dovevano scendere alcuni scalini. Infine fu fatta dipingere, sul fondo intonacato liscio e grigio della nuova «facciata», una immagine di un vescovo che nelle intenzioni degli ideatori doveva rappresentare il buon San Verano (di fronte a tanta rovina, poveruomo, si sarà certamente rivoltato nella tomba!).

All’interno le bellissime colonne in cotto, rotonde e digradanti lievemente verso l’alto, scomparvero dopo essere state scalpellate nelle parti di rilievo, chiuse entro pilastri di stucco a pianta quadra. Analoga sorte toccò ai capitelli in pietra, al sommo delle colonne, che furono anche esse spietatamente scalpellati. Il pavimento che era stato abbassato di poco più di un metro allorché la chiesa venne ampliata, e che era anch’esso in cotto, venne rialzato e ricoperto con una pavimentazione a mattonelle bianche e nere alquanto dozzinali. Il bellissimo e pregevole soffitto a capriate venne fatto scomparire mediante la costruzione di un altro soffitto a volta, più in basso, intonacato e affrescato, con figure che sembra (almeno quelle!) abbiano un certo pregio. Al di là dell’altare venne creata l’abside, il cosiddetto «coro». Anche le pareti interne vennero intonacate e con le pietre, con le quali erano costruite, scomparvero pure le caratteristiche monofore dei muri laterali. In compenso furono aperte quelle obbrobiose finestre a mezza luna nella navata centrale.

Mentre il fianco di destra fu lasciato com’era, i fianchi della navata centrale, quelli formanti la cuspide, costruiti in cotto, e che presentavano una serie di arcatelle, divise in settori e rombi pure in cotto, vennero anch’essi sepolti sotto una spesse coltre di intonaco.

Ma tutto questo non bastò. A completare lo scempio (perché fu veramente uno scempio) alle pareti ancora visibili del fabbricato, e cioè al fianco destro e alla facciata, fu addossato un loggiato che in altezza arrivava fino ai capitelli delle arcate cieche e tagliava a metà i rombi ornamentali che vi sono in mezzo. La bella facciata romanica venne così tagliata barbaramente ín due parti, mentre la bifora sulla cuspide venne murata. La gradinata che esisteva per accedere all’ingresso principale fu eliminata per far posto al pavimento del loggiato sotto il quale si ricavarono dei fondi che furono adibiti a rimessa di cavalli e a cantine (oggi di proprietà privata).

Così, con tutti questi lavori, i nostri «maggiori» si illusero di aver preso i classici due piccioni in una fava sola: avevano fatto più «bella» e più «moderna» la chiesa e, cosa forse più importante, avevano «spostato» la facciata del tempio sulla piazza principale del paese che si era venuta formando, nel corso dei secoli, in seguito alla evoluzione di Peccioli da castello a paese. E da questo punto di vista si può anche capire il tormento che li arrovellava: «Ma come! Nella piazza principale, dove sono il palazzo comunale e il palazzo pretorio, dov’è la caserma della guardia nazionale, dove sboccano tutte le strade,dove si svolgono tutte le più importanti attività, dove, insomma, pulsa il cuore del paese, la chiesa parrocchiale, che è parte essenziale di questo cuore, anziché il viso, presenta le terga!». E rimediarono con quella specie di contrabbando. Onestamente, quindi, sotto questo aspetto, nell’imputar loro lo scempio, non si possono negare le attenuanti generiche !

Tutti questi lavori, però, e in modo particolare il loggiato, fecero sì che il fronte vero, originale, scomparisse del tutto alla vista di chiunque e affondasse nell’oblio del tempio. E vi affondò a tal punto che nella monumentale e pregevole opera «L’architettura romanica in Toscana», compilata naturalmente dopo i lavori di «ammodernamento», la Pieve Pecciolese, che pure è un «pezzo» fra i più notevoli, non era menzionata.

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Alcuni anni prima del secondo conflitto mondiale il valore dell’edificio venne «riscoperto» dall’allora parroco Mons. Giuseppe Merlini, il quale con opera tenace e appassionata, confortato anche dal parere del Professore Mario Salmi, studioso fra i più illustri in materia, si dette da fare per trovare il finanziamento dei lavori che erano necessari per riportare il monumento al suo antico splendore. Intanto il loggiato (sotto lo sguardo accorato, per la verità, di qualche vecchio pecciolese sprovveduto) venne abbattuto e la bifora con la colonnetta marmorea rivide la luce, con stupore e meraviglia di tutti, dalla sola parte esterna. Il fronte posteriore venne liberato dall’intonaco (e dalla figura del povero San Verano,che cadde in un mucchio di calcinacci).

Ma i soldi tanto attesi non arrivarono. Arrivò invece la guerra e con essa alcune cannonate (14 luglio 1944) che danneggiarono, per fortuna in modo non grave, il fianco di destra. Poi, finalmente, un po’ come riparazione di guerra e un po’ come finanziamento per lavori di ripristino, qualche soldo arrivò. Fu possibile, così, eseguire sotto la Sovrintendenza ai Monumenti, un primo lotto di lavori, più importanti e indispensabili, come la riparazione di una parte dei tetti e qualche altro lavoro all’interno. Le colonne in cotto furono liberate dalle sovrastrutture di stucco e i capitelli in pietra rifatti dal Professor Bertini.

Una nuova assegnazione di fondi permise, poi, di fare altri lavori come il ripristino delle pareti in pietra e una prima urgente ripulitura del fronte principale sul quale prolificavano dannose erbacce fra le pietre. Un ulteriore contributo ha permesso, infine, di rifare in buona parte su questo stesso fronte, le cornici, i capitelli, i rombi, ed altro che erano stati massacrati dal tempo e dall’incuria.

Il fronte posteriore è stato sistemato con la chiusura degli orribili finestroni e della «porticciòla», mentre sono stati tolti i prolungamenti esterni che mascheravano la cuspide formata dalla navata centrale. Su questa sono apparse due lesene e, più in basso, una grande apertura ad arco che scende fino quasi a terra. Questa apertura è stata lasciata provvisoriamente chiusa in attesa della sistemazione definitiva dell’interno. Nel quale, mediante saggi eseguiti nel pavimento, presso l’ingresso principale, è stato ritrovato l’originale piano. Molto resta da fare ancora per riportare la chiesa a rivivere nella sua antica bellezza: il soffitto intonacato dovrebbe essere rimosso per dare libero sfogo alla navata centrale fino all’antico soffitto (gli affreschi potrebbero essere «strappati» e collocati sulle pareti nude della cappella della SS. M. Assunta); la sistemazione del fronte posteriore e, infine, l’asportazione dell’attuale pavimento.

Altro lavoro grosso ma che, al momento, presenta difficoltà insormontabili, sarebbe quello di rifare la gradinata di accesso all’ingresso principale. Per farla, però, occorrerebbe poter disporre pienamente dei fondi che ne hanno occupato lo spazio e che sono di proprietà privata.

Per quanto riguarda il valore dell’edificio dal punto di vista architettonico, secondo il giudizio degli esperti, è indubbiamente notevole. Il fronte principale è stato riconosciuto come uno dei pochissimi esempi che rispettano completamente i canoni estetici, che andavano maturando all’epoca dell’edificazione, dello stile romanico-pisano decorativo e razionale. Uno di questi canoni, ad esempio è la composizione, a piano terreno, con quattro arcate cieche uguali ed una centrale diversa ed è rispettato anche dalle chiese pisane di San Paolo all’Orto, San Paolo a Ripa d’Arno, San Cassiano e San Michele degli Scalzi. La parte superiore di queste chiese, però, è risolta con motivi inadeguati e spesso sproporzionati tanto che, è stato osservato, quelle che vantano una facciata con una composizione armonica e completa, fra le cento chiese romaniche-pisano-lucchesi, sono soltanto cinque: quella di San Pietro in Vincoli, la Pieve Nuova e la Pieve Vecchia di Santa Maria del Giudice, vicino a Lucca, la Pieve di Cascina e la Pieve di Peccioli.

Ma, analizzate attentamente le facciate di queste chiese, nella proporzione e nella collocazione dei vari elementi, il fronte della chiesa di Peccioli è risultato presentarsi come il più armonico nella sua coerenza di stile. La composizione, divisa in due parti da una cornice (questa forse — unico neo — un po’ troppo rilevata), non ripete nella parte superiore il motivo delle arcate cieche. La cuspide, è stato osservato, «caso unico» è perfettamente legata con il resto. «L’ampia bifora riporta verso il centro il complesso equilibrio dei rapporti». (Nella Pieve di Cascina, invece, è collocata in posizione non troppo felice). I rombi che ornano il prospetto sotto le arcate cieche e ai lati della bifora si ispirano al modello volterrano (Cattedrale, Santo Stefano, Sant’Alessandro) anziché a quello pisano che di solito è più grande e invadente. Quelli superiori che si aprono al centro del loro spazio «aiutano a frenare lo slancio verticale dell’edificio che altrimenti mal si concluderebbe nell’area cuspide».

Altra importante osservazione, infine, è stata fatta sui capitelli delle lesene e sulle ghiere delle arcate cieche le quali risultano perfettamente proporzionate alle lesene stesse, mentre, è stato affermato, nel fronte della Pieve di Cascina, rappresentano «uno dei punti più deboli di tutta la composizione».