V - SAN COLOMBANO¶
San Colombano è un santo ingiustamente trascurato dai Pecciolesi. Eppure si deve a lui quell’uva dal dolce, delicato sapore e dal colore biondo dorato che fino a non molto tempo fa è stata la vera e unica ricchezza del paese. Quell’uva — forse i giovani non lo sanno — era conosciuta ovunque, anche all’estero, come la «famosa colombana di Peccioli». E nacque proprio sulle pendici di questa collina e si sviluppò, poi rapidamente in tutta la Vaid’Era.
Come abbiamo fatto per S. Verano, non possiamo non parlare di San Colombano anche perché, come vedremo, è legato in un certo senso alla nascita del Paese.
Irlandese di nascita, Colombano fu uno dei protagonisti di quel movimento monastico del VI secolo che, nato nella sua isola, si diffuse in tutto l’Occidente e la cui opera contribuì notevolmente allo sviluppo della religiosità medioevale in EuIopa. Egli fondò moltissimi conventi che si rivelarono decisivi a questo sviluppo.
Uomo di grande cultura, dalla personalità spiccata, autoritario e austero, Colombano fu rispettato da regnanti cristiani e barbari nel suo lungo girovagare in Francia, in Germania e in Italia. A Bobbio, nell’Appennino Pavese, dove morì nel 615,fondò un grande monastero, fervente di attività rurale e artigianale che, rispetto ai tempi, poteva dirsi addirittura opulento: un’oasi di cultura, di benessere e di pace. E l’aveva creato,si noti, con la protezione del longobardo Agilulfo (il quale, peraltro, aveva in moglie la cattolica Teodolinda, colei che tanta parte avrebbe avuto più tardi nella conversione del suo popolo al cristianesimo) che sedeva sul trono della vicina Pavia.
Colombano ricambiò questa protezione con una gentilezza. Intorno alla reggia di Pavia piantò un’uva dolcissima e bella che fu oltremodo apprezzata. alla corte. Si racconta anche (ma questa, forse, è pura leggenda) che, mentre arava il terreno per piantare il vigneto, un orso attaccò e uccise il giovenco fra i più belli e forti del branco che. il monastero possedeva. Ebbene: il Santo, a quanto si racconta, ammansì l’orso e fra lo stupore di tutti, l’obbligò a lavorare per tutta la vita in sostituzione del bove che aveva ucciso.
Ma come andò che quest’uva fu piantata a Peccioli e perché il «coiombano» di Peccioli, dove il Santo non fu mai, è migliore di quello del «Pavese» ?
Colombano, nel giorno della sua morte, pregò i suoi confratelli. di portare al Papa; alla Corte di S. Pietro, dove avrebbe amato pellegrinare, un carico di doni, fra cui: icone, codici. e preziosi arredi sacri, a testimonianza della fede che lo aveva spinto ad emigrare dalla sua. isola, per farsi predicatore attraverso’ tutta l’Europa. Fra i doni — e questo è importante c’erano anche alcuni tralci della vite da cui nasceva quell’uva dolce e bella. Egli raccomandò ai confratelli di partire e di fermarsi dove Dio voleva. E così alcuni monaci, come esecutori testamentari, assolsero la volontà di Colombano. Allestirono alcuni carri e partirono alla volta di Roma. Dopo un lungo e tormentato viaggio, fatto di fermate e di deviazioni per. evitare le insidie dell’epoca, quei monaci si trovarono da queste parti, cioè sulla via. delle colline che per Roma era la via più antica e più certa.
Quando si affacciarono in Val d’Era, però, furono presida scoraggiamento. A Morrona, proprio di fronte alla collina di Peccioli, un longobardo, certo Ràdari, incuteva il terrore imponendo taglieggiamenti e soprusi ai passanti. A Pava (Pieve a Pitti) ove era esistito un antichissimo tempio pagano, il paganesimo era riaffiorato. Una piccolissima terra, o terriciuola,situata tra Pava e Morrona, che era tenuta ancora da contadini cristiani, vedeva spesso correre il sangue nei pressi di un «monte rosso». I messaggeri di San Colombano, che provenivano da San Piero alle Corti, di fronte a tali pericoli e col prezioso carico che portavano, giudicarono più opportuno e salutare evitare la strada di Val d’Era e ripiegare all’interno con iI. loro convoglio. Giunti all’attuale luogo di Carigi, seppero che a causa di un’alluvione il Roglio e l’Era in piena, avevano allagato e sommerso la via e anche la Pieve di Padule. La comitiva, allora, proseguì e risalendo il Roglio raggiunse la Pieve al Pino,alla Piappina. Questa Pieve fu per quei poveri monaci un’isola di salvezza in mezzo a quel mare di guai che era la Val d’Era.
Intorno a questa Pieve, che era un nucleo autosufficiente,si raccoglievano molti uomini liberi, piccoli artigiani e coltivatori diretti, viventi ancora di legge romana. Alcuni di questi coltivatori vivevano lungo il fosso di Rara Cosa (Racosa) padroni di piccoli fazzoletti di terra. I monaci di San Colombano furono accolti e confortati a dovere, ed essi, grati per la familiare ospitalità, che durò diverso tempo, vollero ricambiare in qualche modo. Non potendo lasciare libri o arredi fecero dono della vite del Santo che piantarono nelle colline «di contro a Pava e a Terricciola quale presagio di tempi migliori».
L’uva che nacque da quella vite fu ancora più bella e più buona di quella del Pavese, come se il buon cuore di San Colombano si fosse trasferito, alla sua morte, in quei tralci ch e affrontarono il periglioso viaggio per la «via di Pietro».
Sentite questi versi di antichi stornelli popolari :
Vin di Peccioli e pan di Pava fanno l’anima santa e brava.
E anche: O Colombano, Santo Colombano,soltanto il vino commuove il cristiano ?
Più tardi il longobardo Ràdari, toccato forse dal «presagio» si convertì al cristianesimo. Fece costruire un monastero a Morrona e vi si ritirò. Anche Pava divenne un centro cristiano, mentre la vite dalle colline di Peccioli si diffondeva in tutta la Val d’Era perché da ogni parte era ricercata.
A proposito di monasteri; in Italia il monachesimo nacque, come si sa, con San Benedetto, che fondò il monastero di Montecassino, e si diffuse abbastanza rapidamente in una fitta rete. I monasteri erano luoghi di preghiera e di meditazione, ma anche centri economici e culturali, talvolta veri e propri nuclei. I terreni di loro proprietà diventarono delle vere aziende modello per il modo con cui vennero coltivati e nello stesso tempo furono centri di raccolta e paziente trascrizione del grande patrimonio della cultura classica. Qualcuno di questi monasteri sorse anche nella nostxa campagna, ma con attività,’ forse, prevalentemente agricola e artigianale (per l’autosufficienza). Il monastero di San Cassiano in Carigi oggi ridotto a casa colonica, era uno di questi. Ma pare che ve ne fossero altri ravvisabili, secondo alcuni, nella struttura di certe cas e coloniche piuttosto vecchie.