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II - SAN VERANO

Le prime notizie che danno per certa l’esistenza di Peccioli,nel VI secolo, si devono a San Verano, a questo santo, venerato da. secoli, che è così simpaticamente nel cuore di tutti i Pecciolesi.

Raffigurato in una bella statua, alta, imponente, con un drago, simbolo del male ammansito ai suoi piedi, viene riportato in processione per le strade del paese nella annuale festaa lui dedicata che è celebrata la domenica più vicina al 2 6 di ottobre. In questo giorno molti Pecciolesi, emigrati altrove per ragioni di lavoro, ritornano per antica tradizione, per qualche ora, con la vecchia famiglia e con gli amici.

A San Verano i Pecciolesi vogliono bene: nutrono per lui un affetto cordiale e diremmo confidenziale. Lo considerano di casa, un Pecciolese puro sangue, che si può prendere disinvoltamente sotto braccio per fare quattro passi su e giù e chiacchierare del più e del meno (magari per chiedergli un po’ d’acqua per i raccolti e rimproverarlo, poi, prontamente quando ne manda un po’ troppa…).

I Pecciolesi manifestano questi sentimenti di simpatia e di confidenza, festeggiando San Verano insieme al vino. Una strana mescolanza. E siccome qualche volta sanno essere anche brillanti, hanno parodiato perfino un inno religioso: «O San Verano, insegnaci il buon vino…». Ma hanno torto. La festa del vino dovrebbero celebrarla, se mai, con la festa di San Colombano (del quale ci occuperemo più tardi) che con i suoi prestigiosi vitigni arricchì le campagne di Peccioli.

San Verano non è italiano, è francese. E il fatto che un tempio italiano sia dedicato a un santo straniero è una cosa veramente singolare. In Francia ben sette comuni sono intitolati a lui ed è patrono di quattro grandi abbazie. Ispirò anche diciotto inni religiosi dell’antica liturgia gallicana. Nella contea di Venessain la devozione a lui è molto popolare.

San Verano non appartiene alla leggenda ma è perfettamente inserito nella storia. Gregorio di Tours, storico della Gallia Merovingia, racconta che poco dopo il 581, andando a far visita alla madre che abitava pochi chilometri a nord di Cavaillon, lo conobbe di persona. Il nome di questa località è quel «Cavaglione» che i Pecciolesi usano da sempre quando dicono di San Verano che era vescovo di Cavaglione.

Nulla si sa della sua nascita, né si conosce l’anno della sua morte. Non si conosce neppure quando fu elevato alla dignità di Vescovo, ma doveva essere abbastanza in là con gli anni perché prima, stando a quanto si racconta di lui, si era dedicato alla contemplazione e al pellegrinaggio apostolico. A San Verano piaceva viaggiare e, fra una tappa e l’altra, non disdegnava di sconfiggere «mostri e draghi», eresie e residui di paganesimo.

La sua statura morale e di prelato era assai elevata. Il suo nome figura fra i sessantatré sottoscrittori del concilio di Macon che fu convocato il 23 ottobre 584 per pacificare le aspre e continue violenze che avvenivano nella nazione franca. Rispettato e tenuto in gran conto dai re di Austrasia e Neustria e di Borgogna, fu chiamato, nel 586, a far parte della commis sione nominata per investigare sull’assassinio del vescovo di Rouen che fu pugnalato in chiesa, proprio il giorno di Pasqua. San Verano, antico Maigret, sfidando coraggiosamente i potenti,accusò e fece condannare, come mandante dell’assassinio, laregina Fredegonda. Nel 587 battezzò il figlio di re Childerico.

Nel 589 alcune monache che erano fuggite dal loro con vento, chissà per quali motivi, furono scomunicate, cosa gra vissima in quell’epoca. Di questo esse accusarono alcuni vescovi e, assoldate truppe mercenarie, li fecero assalire e cacciare dalla loro sede (però: che monache!). Quando successivamente furono ridotte alla ragione e, arrestate, si celebrò il processo di fronte al re di Borgogna, fra i nove prelati che sostenevano lacausa dei vescovi, figura anche il nostro. (Non sappiamo che fine abbiano fatto quelle monache). San Verano si inserisce, poi, anche nella polemica, sempre più o meno sorda, pro e contro il matrimonio dei preti, il cui fuoco si è riacceso anche oggi. Nella sua epoca il matrimonio dei preti era un fatto normale e non suscitava pettegolezzi o scandali di sorta. Ma San Verano, e questo è prova dellasua grandezza spirituale, aveva un altro concetto della vita sacerdotale. Il prete, secondo lui, per svolgere il suo ministero con rettitudine, non doveva essere distratto dal pensiero di formarsi la famiglia e dalle preoccupazioni e compromessi che inevitabilmente questo comportava. In uno scritto, a lui attribuito, egli sostiene che il matrimonio dei preti debba essere abolito e propugna soltanto che quei monaci virtuosi, disposti al celibato, debbano essere ordinati sacerdoti. Prima di essere nominato vescovo, San Verano amava viaggiare e visitare luoghi santi. Durante il suo viaggio a Roma, si ha notizia che si fermò a Milano, a Ravenna, a Torino, a Albenga. Ed è durante questo pellegrinaggio che si fermò a Peccioli, che si trovava sulla strada delle colline, una delle vie romee, o dei pellegrinaggi, che fino al 1400 era fra le più frequentate per le «mansioni» (alberghi) che vi si trovavano, come quelle ad esempio, di Montelopio e di Spedaletto.

In quale anno avvenne questo passaggio non si sa. Si sa, però, con certezza che avvenne e che qualche cosa di portentoso deve essere accaduto se, poi, si sentì la necessità di elevar e San Verano a Protettore del paese. Parlare di. miracoli e di potenze taumaturgiche in quei tempi oscuri non era troppo difficile. Ad ogni modo, stando alla tradizione popolare, sembra che Peccioli fosse preda da molto tempo di una insanabile pestilenza e che lui, San Verano, con un segno di croce, tracciato in terra col suo bastone, lo avesse istantaneamente liberato.

A Peccioli, in chiesa, esisteva una tavola dugentesca, che raffigurava San Verano con alcune scene dei suoi miracoli. Questa opera sembra che venisse requisita (da chi?) e venduta. Nel 1842, avuta notizia che il dipinto si trovava a Milano, fu recuperata da Giuseppe Toscanelli. Ma messo di fronte a due tavole quasi uguali, il Toscanelli, non conoscendo evidentement e a sufficienza i particolari del dipinto, finì per mettere le mani su una tavola di San Nicola da Bari! E così, mentre San Verano è rimasto a Milano in una collezione privata, abbiamo nella nostra chiesa un San Nicola (addirittura un santo della «bassa»!) che gran parte dei Pecciolesi identifica per il nostro patrono. Comunque, se non altro, la tavola di San Nicola è opera veramente pregevole.

Una reliquia di San Verano è conservata in un caratteristico tempietto d’argento. Nell’anno 1631, l’anno della famosa peste che il Manzoni descrisse nei «Promessi Sposi», fu donato da Donna Luce Pucci moglie del cavaliere Ottavio Ubaldini. Anche questo è un segno di come a San Verano si ricorresse, nel corso dei secoli, come al salvatore, al liberatore dalle pestilenze.